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Rinaldo

 

testi di SALVATORE SMEDILE - regia di ALBERTO VALENTE

 

 

DISCORSO AL TROTTO

 

…rivolto a colui che sente e vede in una piovosa  sera di ottobre...  E’ forte la tentazione di rimanere nella finzione narrativa  e di continuare a parlare come se fossimo già dentro lo spettacolo.

Dopo un anno di lavoro sono cominciati i discorsi interni della compagnia sull’ultima sua creazione e proprio ora che stiamo andando in scena, prima ancora di accogliere i preziosi consigli del pubblico, ci sentiamo di azzardarne un sommario disegno esplicativo.

 

Del pretesto. Diciamolo una volta per tutte che il ciclo cavalleresco iniziato con O’Horlandoh e che andrà a concludersi con Ricardo, il nostro prossimo spettacolo, è una semplice trovata per costruire una storia. Una scusa, un appiglio per collocarci in uno spazio e in un tempo in cui riconoscerci e farci riconoscere. Ma ogni volta, strada facendo “un’altra storia”  si impossessa delle nostre menti e dei nostri corpi e traccia i percorsi di una nuova  geografia. A quel punto si scardinano  tutte le coordinate logiche di partenza che, nel caso di Rinaldo, sono tratte dal voluttuoso meridiano “CROCIATE, Testi storici e poetici” curato da Gioia Zingarelli (Mondatori, ’04), e si procede per vie autonome.

 

Dell’uno e trino. Rinaldo si divide in tre parti che potrebbero anche non essere sequenziali, ciascuna delle quali sarà in futuro ampliata per costituire uno spettacolo a sé stante. L’attuale ordine di comparsa sarebbe il seguente: una prima fase i cui si presentano i personaggi e i termini della storia (Saint Luis, il Re dei Francesi durante la settima Crociata;  la Regina; Rinaldo, cavaliere cristiano; Güriuk, cavaliere pagano; Kaleddu, il suo amante; Zaira, bellissima donna pagana capace di conquistare il cuore di chiunque; Mago Turoldo, il mago che si ritira nella foresta; Zelmiru, il suo  apprendista). Una seconda fase in cui la storia si incanta perché un falso mago si appropria di un potere che non riesce più a governare. Una terza fase in cui, attraverso una situazione di trance collettiva e un rituale simbolico della Regina, la storia si “discanta”.

 

Del corpo-voce che si diletta e semina. In Rinaldo si porta alle estreme conseguenze il linguaggio fisico e verbale  di O’Horlandoh: un’idea di teatro in cui, al di là delle sperimentazioni e dei legami con la tradizione, la rappresentazione scenica sia un rito collettivo di piacere espresso attraverso il corpo-voce, capace di pensare e di agire le emozioni, di  far pulsare un’intelligenza indisciplinata che può sorprenderci. Un doppio che gioca significati reconditi e ulteriori.      

 

Del cunto. Rinaldo, oltre ad essere danza, canto e musica è cunto, racconto orale dei pupari che, con la sola voce, creano il sogno e una materialità dal nulla.  Due voci narranti accompagnano e sostengono le azioni dei personaggi che a volte sembrano dei pupi in balia di poteri sconosciuti.

La lingua parlata e cantata è un siciliano limato per la comprensione di un pubblico italiano con qualche inserimento di spagnolo e francese aggiunto a neologismi che da sempre sono la prerogativa di tribalico. Il perché, chiediamolo alla storia.

(salvatore smedile)

 

 

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