Tesi di laurea su Magritte
ACCADEMIA DI BELLE ARTI
L'AQUILA
Corso di Decorazione
II Cattedra
TESI
Il mistero nell'arte e nella poetica di René Magritte
Relatore Laureanda
Prof. Luca Farulli Stefania Sacchini
Anno Accademico 2001/2002
Con affetto ai miei genitori,
Indice
pag.
Introduzione………………………………………………………............IV
Note all’introduzione…………………………………………………….............XIV
I capitolo
I primi ricordi e le teorie di Magritte sull’arte
La “magia”dell’arte…………………………………………...................1
Note al I capitolo……………...……..........................20
II capitolo
L’arte di Magritte dagli esordi del Surrealismo ai nuovi modi di espressione
La poesia dell’arte e la frattura del linguaggio……………….......24
Note al II capitolo……………………………………………………………...............51
III capitolo
Lo stile di Magritte
L’influenza di De Chirico e le opere successive……………........55
Note al III capitolo………………………....………………………..............66
IV capitolo
Il mistero di “Questa non è una pipa”
Le opere relative alla questione del linguaggio…………....................68
Note al IV capitolo…………………………………………..…...................81
V capitolo
Il personaggio di Fantômas e le altre invenzioni figurative
Realtà e futuro dell’opera di Magritte
a) Fantômas e le opere della “serie nera”………………………......84
b) Le opere dal 1931 agli ultimi anni …………………………............92
Note al V capitolo…………………………………………………..............100
Conclusioni ……………………………………........…….......................103
Bibliografia…………………………………………………........................107
Bibliografia delle immagini…………………………………....................113
Introduzione
La storia di Magritte è una storia alquanto singolare; a chi gli chiedeva di descrivere la propria vita in dieci righe, egli rispondeva: <<Dieci righe per me sono troppe>>
1, infatti, quando nel 1954 è chiamato a tracciare un profilo della propria vita, si affida ad una prosa scarna ed asciutta. In breve racconta della sua nascita avvenuta in una piccola provincia del Belgio, i primi particolari ricordi, l’insolita infanzia trascorsa a giocare in un cimitero con una bambina osservando un pittore, gli studi senza particolari entusiasmi presso l’Accademia di Belle Arti di Bruxelles, l’impiego come disegnatore presso una fabbrica di carta da parati, il matrimonio durato una vita con una donna conosciuta da adolescente, e pochi viaggi. Una vita, quella di Magritte che, a differenza di molti altri pittori, può essere considerata del tutto banale, sempre al fianco della stessa donna, senza un interesse diverso dalla pittura o un impegno politico di primo piano, ma che ha preferito far parlare, in maniera rivoluzionaria, solo sui suoi quadri.
La sua arte è costituita da soggetti che si ripetono a distanza di decenni e, fatta eccezione delle brevi parentesi in cui si dedica allo studio dell’espressionismo, di Renoir e di altre correnti, quali cubismo e futurismo, è uno stile che rimane fedele a se stesso nel corso del tempo, un modo di dipingere che l’artista non esita a definire banale e accademico, poiché come spiega egli stesso, <<[..] è essenziale sapere cosa devo dipingere. Il come consiste soltanto nel dipingere correttamente quello che devo dipingere>>2. Magritte ha più volte rifiutato il titolo di “artista” 3, affermando di essere un uomo che pensa e comunica il proprio pensiero attraverso la pittura così come altri possono farlo attraverso la letteratura o la musica; per lui la pittura è un mezzo per esprimere dei concetti volti a rovesciare continuamente il nostro senso comune delle cose.
L’opera dipinta non è separata dal pensiero, esiste un sapere che non si trova solo nel gesto del pittore, ma che oltrepassa il piano tecnico dell’opera per avverarsi su di un piano propriamente estetico. Il sapere del pittore non è quindi solo la capacità di fare, è anche un saper pensare e far pensare. L’arte del dipingere distingue così il visibile
dall’invisibile, le immagini dal pensiero. Pensare la differenza tra il visibile e il pensiero obbliga il pittore a rendere il pensiero visibile. Nel pensiero visibile, negli oggetti liberati dalle nostre relazioni personali, si scopre la magia, ossia la volontà di poter entrare in tutte le forme, in tutte le identità senza dimorare in nessuna. Secondo Magritte c’è un sentimento familiare del mistero, che riusciamo a provare per le cose che si convengono chiamare misteriose, ma il sentimento più alto è il sentimento non familiare del mistero, che proviamo per le cose che si conviene di trovare naturali, familiari (tra cui il nostro pensiero). Il mondo abituale si afferma attraverso le coincidenze: esse ci assicurano più chiaramente sul suo riconoscimento. E’ solo il nostro mondo che non dobbiamo perdere di vista, e di cui ci stupiscono le coincidenze.
Magritte frequenta l’Accademia di Belle Arti, conosce poeti e letterati d’avanguardia e dipinge quadri di matrice cubista e futurista. Sin dagli inizi, nelle sue opere sono presenti motivi che conducono alla successiva ricerca. L’interesse per il dinamismo futurista si traduce come possibilità di collocare sulla tela gli oggetti, sovrapponendoli, intersecandoli illogicamente in modo da far perdere loro la posizione abituale.
Magritte tende a lavorare e a tornare su una gamma di piccole varianti in tempi diversi, elaborando alcune idee chiave, in massima parte presenti nei suoi quadri se non altro allo stato di abbozzo, già dal 1925. Ma di lì a poco arriva la vera rivelazione, il poeta Marcel Lecomte gli mostra la riproduzione di un quadro metafisico di De Chirico, Il canto d’amore, e Magritte ne rimane particolarmente colpito. Tanto da decidere di considerare la metafisica come <<[..] una nuova visione>> 4 del mondo. L’attitudine metafisica di rappresentare oggetti fuori scala, senza apparenti nessi logici in ambienti inanimati dove non sembrano avere ragione di esistere, affascina Magritte. Da quel momento la sua pittura abbandona completamente le sperimentazioni formali care alle avanguardie, e si concentra sulla ricerca di effetti di spaesamento e di mistero. E’ un periodo estremamente fecondo e nel 1927, organizza la sua prima mostra personale presso la galleria Le Centaure di Bruxelles. Nei dipinti esposti: Il fantino perduto, La traversata difficile, gli oggetti, liberati dal loro contesto originario sono disposti sulla tela secondo prospettive incongrue, in modo da suscitare domande sul loro nuovo ruolo di protagonisti del quadro.
Liberarsi dalle convenzioni, liberare la fantasia, scoprire inediti nessi che legano insieme oggetti e avvenimenti apparentemente slegati, sovvertire l’ordine del quadro per sovvertire l’ordine del mondo, è ciò a cui tendono negli stessi anni i surrealisti francesi. André Breton, nel 1924, pubblica il primo manifesto del movimento in cui, sulla scia delle teorie di Freud, stabilisce un’illimitata corrispondenza tra il Surrealismo e il meccanismo automatico della psiche, in modo che l’inconscio possa esprimersi liberamente, senza il controllo della ragione. Anche in Belgio si forma un gruppo surrealista che però mostra notevoli differenze rispetto a quello francese. Poeti e letterati in Belgio sostengono che la vera rivelazione è contenuta nella realtà e il loro ruolo, come quello degli artisti, è svelare la parte di realtà che normalmente si nasconde dietro l’ordinaria familiarità del mondo. Magritte, come gli altri esponenti del gruppo, manifesta questa tendenza, ma lo fa distaccandosi un po’ dalle premesse generali.
Poco dopo la mostra presso Le Centaure, Magritte lascia Bruxelles, per un sobborgo nei pressi di Parigi dove soggiorna per circa tre anni. Conosce Breton, partecipa ad alcune delle loro iniziative, ma non perde i
La pittura di Magritte non vuole simulare il sogno, né tanto meno essere trascrizione meccanica tesa a far emergere l’inconscio, o ancora, a essere interpretata come pittura-simbolo. Il concetto chiave della sua pittura è il mistero, mistero che si rivela attraverso la realtà: <<Vorrei mostrare la realtà in modo da evocare il mistero>>5; per questo sceglie di riprodurre fedelmente gli oggetti, le cose, le persone, e quanto più possibile la scelta di questi elementi si deve limitare a quelli più familiari, per <<dare allo straniamento la massima efficacia [..] >> 6. Ed inizialmente, per sovvertire l’ordine naturale delle cose, si serve del principio di accostamento di elementi diversi o dell’isolamento di un oggetto; ben presto però, accanto a questo sistema di montaggio, l’artista scopre un nuovo potenziale delle cose: << La loro capacità di diventare gradualmente qualcos’altro, un oggetto diverso da se stesso. Per esempio il cielo in certi posti lascia trasparire il legno. [..] >> 7. Attraverso la combinazione e la metamorfosi, Magritte amplifica la sorpresa suscitata dal quadro dove gli oggetti trasformati o associati,
sono immediatamente confrontabili con la cosa trasformata o riscontrata, per cui va ad evidenziare la contraddizione esistente tra l’immagine reale nel reale e l’immagine reale modificata o collocata in un contesto che non è il suo solito.
Ne I giorni giganteschi (1928) una donna nuda lotta con un uomo che è visibile solo in quanto si sovrappone a lei come un vestito. L’immagine pone alcuni interrogativi di lettura: le figure sono due eppure una sola, la donna è nuda ma vestita dalla figura dell’uomo, i due lottano, ma sono uniti, la donna resiste, ma è sconfitta. Così Magritte realizza il mistero di una <<immagine ignota in mezzo a cose note>> 8 e allo stesso tempo consolida il suo concetto di pittura come fatto puramente mentale che nulla ha a che vedere con preoccupazioni di carattere estetico, che si riferiscono a teoria e tecnica, poiché <<L’arte del dipingere è un’arte del pensiero>> 9.
Magritte pone le basi di una ricerca che nel corso del tempo, assume sempre più la struttura di un sistema teso ad indagare il problema dell’immagine e della sua rappresentazione. La questione del linguaggio, è una componente fondamentale del suo percorso e tra i numerosi dipinti
Queste riflessioni si inseriscono nel più ampio contesto di ricerche che, a partire dalla fine dell’Ottocento e a diversi livelli, avevano messo in crisi la certezza del linguaggio. Il pensiero di Magritte sembra così ricollegarsi a opere letterarie, come la Lettera di Lord Chandos, di Hofmannsthal, a ricerche e sperimentazioni dadaiste e futuriste. Magritte era prima di tutto un pittore e le sue analisi sulle parole e le immagini sono sempre state strumentali alla definizione della sua pittura.
L’essenziale è la presenza di spirito: nell’arte come nella vita. La presenza di spirito è imprevedibile, la nostra presunta libertà non la domina. Noi siamo dominati dalla presenza di spirito, che rivela il presente come un mistero assoluto. Magritte, dunque, cerca di dipingere immagini che riguardano solo il mistero. Mistero che non è una fra le possibilità del reale, ma che è assolutamente necessario affinché esista un reale.
Legge Le parole e le cose di Michel Foucault, scoprendo così la
La questione delle parole è di primaria importanza non solo per gli
Artisti come Picabia e Kosuth si sono occupati della questione del linguaggio nella loro ricerca artistica, e anche nella Pop Art si è riscontrata una certa tendenza verso nuove conoscenze e cammini linguistici.
La regola usata da Magritte è quella di collocare il reale in un contesto che è diverso dal solito, in modo da creare una sorta di “spaesamento” 15 nello spettatore, che rimane per questo colpito dalla rivelazione che anche le cose più comuni, poi, in fondo non lo sono se viste sotto determinati punti di vista, stessi espedienti atti a suscitare il senso del mistero. Il mistero che permea tutta l’opera di Magritte ed è proprio alla base del suo pensiero, è l’affascinante mezzo per cui tutto è possibile o impossibile, ma non spiegabile. Le tele di Magritte sono passibili di un significato molto profondo, ma il difficile sta nel non poterne dare un’interpretazione oggettiva, o se ciò può essere attuato, in realtà tale spiegazione non sarà mai esatta per quello che concerne i canoni
Magritte diceva che l’opera di un artista deve smentire la sua vita.
Ed egli c’è riuscito proprio grazie alla sua opera.
Note all’ introduzione
1 G. N. A. M., Magritte e il Surrealismo in Belgio, 28 aprile-4 luglio,
Roma, De Luca Editore, 1982, p. 49, nota tratta da un’intervista in
<<Le Patriote illustrè>>, 2 aprile 1967, p. 553
2 ibid., p. 39, nota tratta da <<Cahiers du Musée Nazional d’Art
Moderne>>, n. 1, 1979, p. 343
3 Rivista: De Luca Martina, art. sui Grandi Maestri: Evocare il
mistero, Ars. Il nuovo nell’arte antica e moderna, n. 40, aprile 2001,
p. 107
4 G. N. A. M., op. cit., p. 39
5 ibid., p. 48
6 Rivista: op. cit., p. 110
7 Meuris Jacques, Magritte, Köln, Taschen,
1998, tr. it. T. Malatesta, René Magritte, 1898-1967, Milano,
Taschen, 1998, p. 51
8 G. N. A. M., op. cit., p. 42, nota tratta da un’intervista in
<<Nouvelle Gazette de Charleroi>>, 2 febbr. 1967, p. 556
n.18, 1969, p. 219
ottobre 1998, p. 35
Bulletin>> n. 12, 1939, p. 304
15 I. G. D. A., I maestri della pittura dal Rinascimento ai grandi
protagonisti dell’arte moderna. Magritte.
Galleria d’arte, vol. n. 56, febbraio 2001, p. 8
I
I primi ricordi e le teorie di Magritte sull’arte
La “magia” dell’arte
René-François-Ghislain Magritte, primo di tre figli di Léopold Magritte uomo d’affari, e Adeline Bertinchamps, modista, nacque il 21 novembre 1898 a Lessines, provincia di Hainaut. Come egli stesso affermava, il padre “[..] era un uomo d’affari, non s’interessava di libri, d’arte”
[1] ma di “commercio di immobili, vendite ed acquisto di manifatture ecc.”[2], ed era cittadino di Charleroi, piccolo centro industriale del sud del Belgio.
Magritte per tutta la vita professò idee politiche di sinistra, ma il suo impegno fu essenzialmente a livello d’opinione: i suoi progetti di manifesti furono sempre rifiutati dai dirigenti comunisti e lui stesso non si faceva troppo condizionare nemmeno da ciò che accadeva in Belgio in quegli anni, retaggio di secoli di dissidi. Vi era, infatti, un forte attrito tra i fiamminghi di lingua olandese e cultura cattolica al nord, e i valloni
L’infanzia di Magritte nella casa a Lessines fu molto singolare, caratterizzata da pochi ricordi rimasti però impressi in modo indelebile nella sua mente di bambino. Il più antico risale ad una cassa posata vicino alla sua culla. Quella cassa gli appariva come un oggetto misterioso, tanto da procurargli un sentimento di straniamento simile a quello che gli è accaduto di provare o di far provare, da adulto. L’altro ricordo si riferisce ad un aerostato precipitato sul tetto della casa dei suoi genitori: i piloti vestiti di cuoio con in testa i caschi con le <<orecchie>> [4], cercano di recuperare
Provai un forte sentimento di stupore osservando, sempre dalla mia culla, degli uomini che tiravano giù un aerostato caduto sul tetto della casa dei miei genitori” 5.
Magritte trascorre l’infanzia seguendo gli spostamenti della famiglia e le vacanze a Soignies in compagnia della nonna e di una zia. Di questi anni sono le prime impressioni e riflessioni sull’arte: <<Nella mia infanzia, mi piaceva giocare con una bambina nel vecchio cimitero abbandonato di una cittadina di provincia. Visitavamo le cripte di cui riuscivamo a sollevare le pesanti porte di ferro e risalivamo poi alla luce là dove un pittore, venuto dalla capitale, dipingeva in un viale molto pittoresco, con le colonne di pietra spezzate e sparse fra le foglie morte. L’arte della
Questa testimonianza di Magritte rivela il violento contrasto tra la visione dei due bambini, lontani per definizione dal termine ultimo della vita e il posto dove giocano, un cimitero, luogo per eccellenza deputato a custodire ed onorare la memoria di coloro che non ci sono più: mistero della vita e della morte. Infatti, si è riscontrata spesso la presenza di
Bisogna dire che egli è penetrato anche più a fondo nel proprio inconscio: racconta che la ragazzina incontrata nel vecchio cimitero era anche stata oggetto di alcuni suoi sogni; essa “si trovava coinvolta in atmosfere piene di movimento: stazioni, feste e città, che io creavo per lei…”7, mentre il pittore, l’altro protagonista dei ricordi di Magritte, era capace, secondo lui, di “far vivere il [..] pensiero”8, era quindi un essere dotato del potere magico di copiare la realtà con la possibilità allo stesso tempo di esserle infedele, di dipingere cioè nel medesimo istante una cosa e il suo opposto.
Nel 1910 a Châtelet, Magritte riceve le prime lezioni d’arte da un professore di scuola di Charleroi che andava ogni settimana ad insegnare a delle ragazze del posto, e si diverte a giocare al pittore 9, e all’attore recuperando vecchie lenzuola con cui realizza costumi sacerdotali o su cui disegna le scene del teatro Magritte10. Il padre lo iscrive anche alla scuola di belle arti di Châtelet perché, come afferma lo stesso artista: “A mio padre piacevano i miei disegni, la mia pittura... era benevolo con me e incoraggiava la mia vocazione”11.
Magritte inizia gli studi; come tutti i bambini disegna e colora; adolescente, frequenta le scuole superiori dette “umanistiche” 12. E’ iniziato alla pittura nella scuola di Châtelet, in cui si dice che la domenica mattina vi insegnassero materie un po’ insolite, come la pirografia e la “decorazione di portaombrelli” (sic)13.
Alcuni testimoni dell’epoca avrebbero, poi, visto diversi quadri del giovane Magritte, che in quegli anni era già piuttosto bravo, e queste stesse persone, allora vicine al pittore, parlano di un’immagine del 1911 che raffigura “alcuni cavalli impazziti che scappano da una scuderia in fiamme”14. Ad ogni modo il padre di Magritte, avrebbe distrutto questo dipinto durante la prima guerra mondiale, e il soggetto raffigurato sarebbe premonitore di alcuni temi che l’artista avrebbe utilizzato più tardi.
Per i genitori di Magritte gli affari non vanno bene e la sua infanzia, tra il 1898 e il 1910, trascorre da un trasloco all’altro da Lessines a Châtelet, a Charleroi, di nuovo a Châtelet e ancora a Charleroi, quando
Che Magritte abbia assistito o no, alla scoperta del cadavere della madre, che abbia vissuto o meno l’“importanza”19 di figlio maggiore, rispetto agli altri due fratelli, che l’avvenimento l’abbia arricchito del “senso del mistero” 20 che sarà alla base della sua poetica, sono certo fatti che non possono essere ignorati al momento in cui si cerca di sciogliere alcuni dei fattori psicologici che hanno condizionato le reazioni del pittore al momento di decidere “cosa bisogna dipingere”21.
Magritte però non è d’accordo con gli studi e le indagini effettuate sulle proprie tele ammette, anzi, di avere poco interesse per la psicanalisi, in particolar modo se si cerca di applicarla ai suoi quadri, e arriva perfino a definire ironicamente Freud: “Il nostro amico [..]”22. Inoltre, in una lettera del 1962 egli afferma che: “La psicoanalisi consente di interpretare solo ciò che è suscettibile di interpretazione. L’arte fantastica e l’arte simbolica le offrono numerose occasioni d’intervento: in esse abbonda il delirio più o meno evidente. L’arte, come la concepisco io, è refrattaria alla psicoanalisi: essa evoca il mistero senza il quale il mondo non esisterebbe, ossia il mistero che non si deve confondere con una sorta di problema, per quanto difficile sia. Io mi sforzo di non dipingere se non immagini che evochino il mistero del mondo. Perché ciò sia possibile, devo essere ben vigile, ossia devo cessare di identificarmi interamente con idee, sentimenti, sensazioni. (Il sogno e la follia sono, al contrario, propizi ad un’identificazione assoluta). Nessuna persona sensata crede che la psicoanalisi potrebbe chiarire il mistero del mondo. La natura del mistero è tale da annichilire la curiosità. La psicoanalisi non ha nulla da dire neppure sulle opere d’arte che evocano il mistero del mondo. Forse la psicoanalisi è il miglior soggetto da trattare per mezzo della psicoanalisi stessa.” 23. Magritte non sogna le immagini che dipingerà, e proprio in riferimento al significato che contrariamente o arbitrariamente molti hanno attribuito alla sua opera, afferma di non aver mai sognato quadri da eseguire e di
stesso distacco. Detto tra noi, è spaventoso rendersi conto di quanto ci si esponga disegnando un’immagine innocente” 30. Poi, nel corso di un’intervista rilasciata nel 1961 a Jean Stévo, Magritte chiarisce ulteriormente la sua posizione riguardo la psicologia, e in che modo il suicidio della madre abbia influito sulla sua personalità, dice, infatti: “Certo, sono cose che non si dimenticano. Quella vicenda incise su di me, ma non nel senso che pensa lei. Fu uno choc. Ma io non credo alla psicologia, non più di quanto credo alla volontà, che è una facoltà immaginaria. La psicologia non m’interessa. Essa pretende di rivelare il corso del nostro pensiero e delle nostre emozioni, i suoi tentativi sono opposti a ciò che so, essa vuole spiegare un mistero. C’è un solo mistero: il mondo. La psicologia si occupa di falsi misteri. Non si può dire se la morte di mia madre ha avuto un’influenza o no… Nel corso della mia adolescenza [..] spesso ho avuto (e ho ancora) il senso di trovarmi in un mondo misterioso: una strada, un viso, un cielo mi appaiono sotto aspetti sconosciuti, insoliti. E’ allora che il pensiero assomiglia al mondo…” 31.
In una conferenza tenuta nel 1938, Magritte, racconta le sue prime esperienze nel campo dell’arte: <<Nel 1915 cercai di trovare una
In questo brano l’artista accenna come agli inizi della sua carriera, gli fosse venuta l’ispirazione di una pittura inedita, non legata ai movimenti contemporanei quali cubismo e futurismo (si avvicinerà a queste correnti solo per brevi periodi, in occasione della mostra dei pittori futuristi e di alcune ricerche sullo stile), ma al contrario molto vicina alle magie sensitive di cui l’erotismo è spesso un elemento chiave. Per far questo si è circondato di accorgimenti che lo fanno emergere attraverso le
Nel 1921 Magritte era combattuto fra il desiderio di dipingere come i cubisti, i futuristi, i pittori tradizionali e i pittori astratti, e le loro teorie, anche se naturalmente si contraddicevano, esercitavano su di lui una grande attrattiva, in qualche modo vi trovava elementi che riuscivano a soddisfare le sue curiosità e perplessità intellettuali. Cercò quindi di dipingere secondo diverse maniere. Si trattava esclusivamente di ricerche che, però, gli permettevano di dedicarsi alla pittura in un modo tale da riuscire ad accostarsi più facilmente al mondo, inteso come realtà, che alla pittura, intesa come tecnica. Il futurismo è una di queste correnti, il cui fascino, secondo il pittore, consiste nell’aver cercato di ottenere una sintesi figurativa dell’efficienza tecnologica e dell’arte pittorica, e di aver proposto delle modalità di composizione e di collaborazione che escludono quasi completamente il ricorso alle tecniche della pittura del XIX secolo. Nonostante ciò, agli occhi di
Dal 1924 in poi, Magritte ed altri artisti, con un sodalizio che sarebbe durato a lungo, costituiscono il gruppo surrealista originario di Bruxelles, e nel 1925, il primo Manifesto del Surrealismo redatto da André Breton, massimo esponente del movimento, ha un anno. In seguito, anche gli amici più vicini al pittore belga iniziano a non essere
Ma, il surrealismo, “per facilità di conversazione” 42, o forse in mancanza di meglio, è la grande contraddizione di Magritte che, pur essendo un convinto assertore del movimento surrealista, quando agli inizi vi aderì, prese un certo distacco intellettuale e politico nei confronti
Tutto il resto, fino al 1967, ne è praticamente la conseguenza.
Note al
[1] Magritte René (a cura di A. Blavier), Ecrits Complets, Parigi, s.v.,
1979, tr. it. (intr. di E. Crispolti) Tutti gli scritti, Milano, Feltrinelli,
1979, Nota biografica: p. 657 (testo n. 169)
2 ibid., Nota biografica: p. 657 (testo n. 137)
3 Paquet Marcel, Magritte, Köln, Taschen, 2001
tr. it. N. Bortolotti (a cura di Ready-made) René Magritte, 1898-
1967, Il pensiero visibile, Milano, Taschen, 2001, p. 8
4 ibid., p. 8
5 Magritte René, op. cit., Nota biografica: p. 657 (testo n. 161)
6 ibid., p. 95, (testo n. 42, “La ligne de vie”, I, 1938)
7 Meuris Jacques, Magritte, Köln, Taschen, 1998,
tr. it. T. Malatesta, René Magritte 1898-1967, Milano,
Taschen, 1998, p. 17, nota tratta dal testo n. 42, “La ligne de vie”, I,
1938, Tutti gli scritti, Milano, Feltrinelli, 1979
8 Magritte René, op. cit. p. 487 (testo n. 169)
9 ibid., Nota biografica: p. 657, (testo n. 42, nota 12)
10 ibid., Nota biografica: p. 657, (testo n. 42, nota 12)
11 Meuris Jacques, op. cit. p. 20
12 ibid., p. 20
13 ibid., p. 20
14 ibid., pp. 20-21
15 Paquet Marcel, op. cit. p. 24
16 Meuris Jacques, op. cit. p. 12
17 ibid., p. 12
18 ibid., p. 12
19 ibid., p. 13
20 ibid., p. 13
21 ibid., p. 13
22 ibid., p. 16
23 Magritte René, op. cit. p. 483 (testo n. 168)
24 ibid., p. 467 (testo n. 161)
25 ibid., p. 467 (testo n. 161)
26 ibid., p. 523 (testo n. 187)
27 ibid., p. 490 (testo n. 171)
28 ibid., p. 490 (testo n. 171)
29 ibid., p. 579 (testo n. 206)
30 Meuris Jacques, op. cit. p. 16, nota tratta dall’intervista del 1977 a L.
Scutenaire
31 Magritte René, op. cit p. 472 (testo n. 163)
32 Paquet Marcel, op. cit. pp. 11-14
33 Meuris Jacques, op. cit. p. 21, nota tratta da una testimonianza di
Scutenaire
34 ibid., p. 26
35 ibid., p. 26
36 ibid., p. 27
37 ibid., p. 33
38 ibid., p. 38
39 ibid., p. 38
40 ibid., p. 38, nota del testo n. 42, “La ligne de vie”, I, 1938,
Tutti gli scritti, Milano, Feltrinelli, 1979
41 ibid., p. 38
42 ibid., p. 38
43 ibid., p. 45
44 ibid., p. 48, nota tratta da un’intervista del novembre 1962
45 ibid., p. 48
II
L’arte di Magritte dagli esordi del Surrealismo ai nuovi modi di espressione
La poesia dell’arte e la frattura del linguaggio
Nel 1926 Magritte firmò un contratto con la galleria Le Centaure di Bruxelles, che gli garantiva l’acquisto dei suoi dipinti e l’anno seguente fu organizzata una sua mostra personale con 61 opere che vennero però accolte con ostilità dalla stampa. L’artista fu quindi costretto a trasferirsi con la moglie Georgette Berger, a Parigi, dove rimase per tre anni. Questo periodo, il più creativo della sua carriera, segnò il pieno sviluppo artistico di Magritte, che prese parte attiva al surrealismo francese e strinse amicizia con l’istitutore del manifesto André Breton e con gli esponenti di spicco del movimento: Paul Eluard, Hans Arp e Salvador Dalì. Magritte partecipò alle loro discussioni e fu ammesso al circolo surrealista nel 1929.
Durante questo periodo, Magritte prese un po’ le distanze dalla metafisica di De Chirico, ed adottò uno stile che contrariamente a tutti
Camille Goemans, influente membro del gruppo surrealista belga, conosciuto da Magritte nel 1923, si era intanto trasferito a Parigi per aprire una galleria surrealista, e continuò ad esporre le opere di Magritte fino a quando fallì nel 1930. Era l’epoca della depressione e anche la galleria Le Centaure di Bruxelles fu costretta a porre termine al contratto
Il suo stile è meticoloso, perfettamente rifinito e molti suoi motivi sono
I quadri surrealisti di Magritte del 1926, i primi della sua carriera, e ancora totalmente influenzati da De Chirico, sono di ardua interpretazione; ma già nel loro potenziale spazio interno si legge l’inverosimile e nel possibile l’impossibile, mentre si annunciano motivi e procedimenti in sempre nuove e libere associazioni.
La biografia del pittore non presenta grandi eventi. Magritte non amava la vita mondana, preferiva trascorrere le sue giornate nel quotidiano, a
Magritte in una conferenza tenuta ad Anversa nel 1938 afferma che: <Questa poesia trionfante ha sostituito l’oggetto stereotipato della pittura tradizionale>>5, ed ancora: <<E’ una rottura completa con il pensiero degli artisti prigionieri del loro talento, del virtuosismo e di tutte le piccole specialità estetiche. Si tratta di una nuova visione, nella quale l’osservatore ritrova il proprio isolamento e percepisce il silenzio del mondo>>6. Magritte dice ciò riferendosi alle opere di Giorgio de Chirico, e concrete indicazioni o chiavi di lettura si trovano raramente nei primi quadri di Magritte e del resto neppure nei successivi.
<<Sono per la rottura, - dice, senza possibilità di equivoco, nel 1935 - con l’arte antica o moderna>>7. Avanguardia e tradizione sono liquidate nel medesimo istante; anzi, quell’<<o>> 8 dissolve consapevolmente ogni distinzione. La sua pittura, pur mettendo drammaticamente in scena gli oggetti, non vuole simulare
Nel conflitto con l’arte tradizionale e di fronte ad una realtà divenuta ormai estranea, Magritte vuole offrire <<la testimonianza di una liberazione>>10, una liberazione dalle convenzioni ed una liberazione dalla facoltà di riprodurre immagini mentali in rappresentazioni, di molto o del tutto diverse dalla realtà. L’ordine del quadro, capovolto, deve capovolgere anche l’ordine precostituito del mondo.
Sempre nella conferenza di Anversa, Magritte elenca quattro possibilità di vittoria nella lotta contro <<questa mediocre realtà così come si è venuta formando attraverso l’idolatria secolare per il denaro, la razza, la patria, gli dei e, vorrei aggiungere, l’arte>>: 11 esse sono il sogno, la follia, l’amore e il surrealismo. Ed ora anche Magritte a Bruxelles,
Magritte pone quindi, il problema dell’immagine e dei metodi della sua rappresentazione, che ritorneranno quasi invariati per tutto l’arco della sua opera. Riduce la molteplicità di motivi e in ogni quadro ne focalizza uno soltanto. Più importante, tuttavia, è il cambiamento di metodo nella raffigurazione pittorica che si allontana sempre più da quella di de Chirico. Di conseguenza, cerca soluzioni inequivocabili: <<Poiché queste ricerche non potevano offrire un’unica risposta esatta per ogni oggetto, le mie analisi tendevano a rintracciare la soluzione di un problema per il quale avevo a disposizione tre misure note: l’oggetto, la cosa ad esso inerente nel buio della mia coscienza e la luce in cui questa cosa doveva essere posta>>12.
Magritte giunge a mettere a punto la fusione di figure ed oggetti, che con il loro sviluppo provocano irritazione e shock, e l’avvio verso nuove rive dell’esperienza, della conoscenza, del sentimento e del pensiero, perché, come tende a precisare: <<Il valore reale dell’arte dipende dalla sua capacità di rivelazioni liberatorie>>13.
L’arte è il dominio dell’esoterismo, in generale caro più al surrealismo che a Magritte. “Per me si tratta” scrisse in una lettera del 1967 a Jacques van Lennep, che aveva appena pubblicato una tesi sull’arte e sull’alchimia, “d’impadronirsi di segreti come gli alchimisti” 14. Il mistero è la chiave per meglio appropriarsi di tali segreti e non si può spiegare, lo si può solo intuire. Ed assumendo nelle sue immagini la verità degli oggetti e delle cose, Magritte agiva come se la loro rappresentazione realistica e la loro associazione dovessero provocare in noi l’interrogativo essenziale che ci richiama al presentimento del mistero. Il nascosto, l’ignoto, se per loro natura sono estranei alla maggior parte delle persone, possono di fatto essere riconosciuti da alcuni, siano essi artisti o no. Ma possono essere svelati a tutti, se soltanto qualcuno – un pittore, per esempio – suggerisce le associazioni necessarie a suscitare negli osservatori idee impreviste, purché plausibili. Così facendo il mistero trova la sua chiave sia nell’immaginazione che in ciò che l’alimenta, risalendo attraverso la memoria ai ricordi che essa suscita.
Molte interpretazioni sono state date ai suoi quadri, in modo particolare da filosofi quali Michel Foucault, che, dopo il suo saggio su Le parole e le cose, scrisse Questa non è una pipa del 1973. La pipa raffigurata non sarebbe una pipa, proprio perché non è lo strumento stesso che si può fumare. O meglio, perché la parola “cane” 17 non abbaia, come aveva osservato William James.
E’ anche interessante il carteggio tra Foucault e Magritte, una serie di precisazioni, commenti reciproci sulle rispettive opere che sembrano evidenziare quasi una corrispondenza precisa tra le ricerche dei due pensatori. Queste lettere oltre a rappresentare un intenso scambio di opinioni, hanno costituito anche la base di un’influenza comune delle loro opere. Così, mentre Magritte raffigurava la celebre pipa, Foucault in Questa non è una pipa spiegava le necessità di tale immagine. Allo scopo di creare un significativo confronto, esponevano l’un l’altro le
Mentre si esercitava con i paradossi che sfuggono all’ armonia del ragionamento iniziale e ne manifestano le capacità rivelatrici, Magritte mise in moto un particolare processo. Mescolando il naturale al soprannaturale, la realtà alla surrealtà, l’esattezza verista all’immaginazione creativa, l’artista provoca, in effetti, in coloro che guardano le sue opere, dei turbamenti tali da far vacillare il loro giudizio sulla verità ricevuta. I molti equivoci che circondano l’opera di Magritte hanno origini semplici da identificare, ma non ugualmente facili da risolvere. Secondo il critico e biografo di Magritte, Giorgio Cortenova, la fama stessa raggiunta da alcuni soggetti prediletti dall’artista, certo non serve a chiarire gli innumerevoli enigmi; anzi, essa contribuisce ad un’interpretazione stereotipa, spesso banalizzata in formule che
Dopo aver partecipato ad una mostra surrealista collettiva alla galleria aperta a Parigi dal belga Camille Goemans, nel 1929, gli vennero dischiuse le pagine de <<La Révolution Surréaliste>>. Si trattava di una specie di manifesto magrittiano, Les mots e les images (Le parole e le immagini) 19, in cui il pittore riassumeva, aiutato dal testo e dai disegni, tutto un sistema di creazione che aveva appena cominciato a sperimentare, ma a cui doveva far riferimento per molti anni, come dimostrato anche dall’opera di Foucault.
I surrealisti amavano spiegarsi così: <<L’occhio che vede ancora ciò che non è più, la stella; sullo schermo, l’immagine scomparsa; che non
Nella lettera del 23 maggio 1966, a Michel Foucault, Magritte scrive: “[..] spero che vorrà prendere in considerazione alcune riflessioni relative alla lettura che sto facendo del suo
libro Les mots et les choses (Le parole e le cose)… Le parole Somiglianza e Similitudine le permettono di suggerire con forza la presenza – assolutamente strana – del mondo
e di noi stessi. Tuttavia, credo che queste due parole non siano affatto differenziate, i dizionari non sono affatto edificanti riguardo a ciò che le distingue. Mi sembra che, per
esempio, i piselli abbiano tra loro dei rapporti di similitudine, al tempo stesso visibili (il colore, la forma, la dimensione) ed invisibili (la natura, il sapore, la pesantezza). Lo stesso
avviene con il falso e l’autentico, ecc. Le <<cose>> non hanno somiglianze tra loro, hanno o non hanno delle similitudini. Spetta soltanto al pensiero di essere somigliante. Esso
somiglia essendo ciò che vede, intende o conosce, esso diventa ciò che il mondo gli offre. Esso è invisibile, quanto il piacere o la pena. Ma la pittura fa intervenire una difficoltà:
c’è il pensiero che vede e che può essere descritto visibilmente [..]. L’invisibile sarebbe dunque a volte visibile? Sì, ma a condizione che il pensiero sia costituito esclusivamente
di figure visibili. A questo proposito, è evidente che un’immagine dipinta - che per sua natura è intangibile – non nasconde nulla, mentre il visibile tangibile nasconde
immancabilmente un altro visibile – se prestiamo fede alla nostra esperienza. Da qualche tempo viene accordato un curioso primato all’<<invisibile>> a causa di una letteratura
confusa, il cui interesse scompare se si ritiene che il visibile può essere nascosto, ma che ciò che è invisibile non nasconde nulla: può essere conosciuto o ignorato, nient’altro.
Non c’è motivo di attribuire all’invisibile più importanza che al visibile, né il contrario. Ciò che non <<manca>> d’importanza è il mistero evocato di fatto dal visibile e dall’invisibile,
e che può essere evocato di diritto dal pensiero che unisce le <<cose>> nell’ordine che evoca il mistero. [..]” 22.
come un calligramma di cui Magritte sveli la frantumazione e la frattura interna. In altre parole l’artista avrebbe preso spunto dalla caratteristica organizzazione visiva del
calligramma in cui la disposizione dei segni che formano il testo, e che “dicono” la cosa di cui si parla, coincide con la forma della cosa stessa: <<In quanto segno, la lettera
permette di fissare la parola; in quanto linea, essa permette di raffigurare la cosa>>23. Magritte, quindi, metterebbe in luce (dopo aver provocato la frattura), il
fallimento della congiunzione del guardare e del leggere: infatti, sia la frase scritta sia la pipa raffigurata conservano, se così si può dire, la “memoria”24
di un antecedente calligramma che però ha subito una serie di pressioni, tali da distaccare le parti, ed ora scrittura e raffigurazione vivono in uno stato di autonomo isolamento,
l’una negando all’altra qualsiasi autenticità e forza interpretative. La magia ed il mistero di questa immagine hanno la loro origine proprio nel principio della perdita, in quel
naufragio dell’integrità e dell’unità del calligramma che metaforicamente dà inizio ad un parallelo principio di distacco e di vanificazione della realtà. L’opera si presenta come
una lucida e per così dire fredda evocazione della crisi che attraversa e fa tremare le certezze
quello dei segni si separano inevitabilmente, il secondo non riesce più ad “affermare” 25 la tangibilità o comunque la consistenza del
primo. Quello che accade è una vera è propria rivoluzione nella ricerca di un linguaggio nuovo, di un diverso tipo di approccio alla realtà. Bisogna trovare diversi metodi di fare
arte e in maniera del tutto innovativa. Il sortilegio dell’opera di Magritte nasce da una concezione spoglia ed inerme del mistero e dal fatto che la sua esistenza si pone per lui
come centro del mondo, ma non è l’essenza stessa del mondo.
Tutto ciò è ampiamente condiviso dall’“esercito” 26 surrealista formatosi agli inizi degli anni Venti intorno a Breton e poi ramificatosi attraverso le successive ondate.
Al di là delle evidenti diversità degli esiti, Magritte si distingue nelle premesse stesse. Se, al pari dei suoi colleghi dell’entourage parigino, rinuncia alla pittura come finalità e non
lavora per ricercare una “modifica” 27 relativa alla specificità strutturale del linguaggio, egli tuttavia non abbandona il terreno che è il luogo eletto all’attività del pittore: il
pensiero. Profondamente europeo, rivendica alla pittura il privilegio della visione e a questa il primato sulla realtà. Da un lato egli rappresenta un campo autonomo rispetto
all’idea freudiana del surrealismo storico; ma da un altro lato ne costituisce la parte più lucida e precisa, quella che più sottolinea le basi e i modelli che ne costituiscono la
poetica. Nessuno, infatti, è stato in grado, come Magritte, di sorprendersi prima ancora di sorprendere, di stupirsi “candidamente”28 prima ancora di stupire. Ciò di cui si
serve Magritte è il pensiero che libero da freni inibitori, razionali e morali, può vagare secondo libere associazioni di immagini e di idee, in tal modo riesce a portare in superficie
l’inconscio.
familiari>>, <<pensieri visibili>>, <<ordine>>, <<evocazione del mistero>> 29. Magritte si rifiuta di parlare di segreti da svelare, e per far questo si accosta al pensiero di
Heidegger per il quale il mistero è inerente all’essenza della verità. Ne L’origine dell’opera d’arte, il filosofo tedesco afferma che: <<Il concetto predominante di cosa ci sbarra la
via alla determinazione del carattere di cosa della cosa, come, del resto, al carattere di mezzo del mezzo e di opera dell’opera.
Da questa situazione nasce la necessità di penetrare in questi concetti di cosa, di porne in luce la provenienza, di chiarirne le pretese e di denunciarne il presunto carattere di
evidenza immediata. Questo procedimento è tanto più impellente quando ci si riproponga di porre in luce e di esporre il carattere di cosa della cosa, il carattere di mezzo del
mezzo e il carattere di opera dell’opera. Al qual fine è in primo luogo indispensabile rimuovere i preconcetti propri delle maniere abituali di considerare la cosa, per lasciare
che la cosa riposi nel suo esser-cosa. Nulla sembra più facile che lasciare che l’ente sia l’ente che è. Ma siamo invece di fronte al più difficile dei compiti, visto che l’assunto di
lasciar esser l’ente come esso è, costituisce proprio l’opposto di quella indifferenza che volge le spalle all’ente. Ciò che dobbiamo fare è rivolgerci all’ente, pensarlo nel suo
essere, in modo tale da lasciarlo riposare da se stesso nella sua essenza. Questo sforzo del pensiero sembra trovare il suo ostacolo maggiore nella determinazione della cosità
della cosa [..]. La cosa, nella sua modestia, si sottrae al pensiero nel modo più ostinato.
compattezza della mera cosa, dovrà appartenere all’essenza della cosa? Ma allora ciò che di più strano e segreto l’essere della cosa porta con sé, non dovrà costituire
l’obiettivo ultimo di un pensiero che cerchi di pensare la
cosa? In tal caso, però, ci si deve guardare con cura dal ricorrere a forzamenti per aprirsi la via verso il carattere di cosa della cosa.>> 30. Magritte, legge e conosce
l’opera di Heidegger, la cui disposizione si avvicina molto al suo concetto di pittura, infatti parlando dei suoi lavori afferma: <<I miei quadri sono pensieri visibili. Questi pensieri
sono formati esclusivamente dalle immagini della realtà. Tali immagini sono unite secondo un ordine, che evoca il mistero. La mia concezione della pittura non consiste nel
trattare un soggetto in una maniera che sia originale o fantastica. Si tratta di scoprire qualcosa che si possa descrivere con la maggiore precisione possibile>> 31.
La frattura del linguaggio è esplicativa in questo brano.
Un’altra opera a cui si può fare riferimento, per meglio comprendere le teorie di Magritte è la Lettera di Lord Chandos, scritta da Hugo Von Hofmannsthal nel 1902.
L’ambientazione di questo libro risale al 1603, anno in cui Lord Chandos scrisse una lettera a Francesco Bacone per giustificarsi della propria totale rinuncia all’attività letteraria.
In Lord Chandos si è manifestata la difficoltà di pensare e di parlare coerentemente su un qualsiasi argomento, in un primo tempo gradualmente in modo che egli non può né
trattare temi elevati, né comuni, né formulare le parole di cui ogni giorno si serve correntemente senza stare a pensarci. Il disagio è nel riuscire a pronunciare le parole
<<spirito>>, <<anima>>, <<corpo>>,32 trova impossibile nel suo intimo esprimere un giudizio sulle questioni della corte, i fatti del parlamento, e altro, e ciò non per
prudenza, bensì perché le parole astratte, di cui la lingua deve servirsi, secondo natura, per esprimere un qualsiasi giudizio, gli si disfano in bocca come funghi guasti. Ogni
discorso, ogni azione, egli non riesce più a cogliere
nulla con lo sguardo semplificatore dell’abitudine, ogni cosa è frazionata, ogni parte ancora in altre parti, nessuna cosa può più legare in un concetto. Una per una, le parole
fluttuano intorno ad egli, come vortici che a guardarli si sprofonda in un senso di vertigine, che roteano continuamente e oltre i quali si giunge nel vuoto. Il tentativo che sembra più
saggio è quello di accostarsi alla sapienza e saggezza antiche, ma Chandos non riesce nemmeno a gestire
solitudine è vicina. Da questo momento in poi, Chandos vivrà un’esistenza vuota di spirito e di pensiero, un’esistenza non priva di momenti lieti, ma ancora
una volta l’incapacità d’esprimere l’essenza dei buoni momenti è dovuta all’inadeguatezza delle parole. La via d’uscita potrebbe essere la comprensione dell’esistenza di oggetti,
creature e scenari banali, come la scoperta, una sera sotto un noce, di un annaffiatoio pieno a metà, dimenticato da un giovane giardiniere, e nell’acqua dello stesso contenitore,
scoprire un insetto che si muove in superficie, e che questo insieme di cose insignificanti, gli dia la scossa della giusta comprensione a trovare le parole adeguate, che si
allontani in silenzio e dopo una settimana sia ancora titubante a rivolgersi verso il noce con la paura di spezzare la magia di quell’immagine. Per Chandos la vera vita è proprio
nelle cose che sembrano non averla, si potrebbe instaurare un significante rapporto con il creato se cominciassimo a pensare con il cuore. Ma quando questo stato
d’incanto lo abbandona, egli non è capace di parlarne e non saprebbe spiegare il perché e come quest’esperienza abbia influito su di lui. A parte queste rare occasioni, conduce
una vita vuota e spenta, che riempie solo con la dignità del lavoro e degli impegni quotidiani. Chandos si dice obbligato verso Bacone per aver espresso il rammarico nel non
poter più ricevere i suoi libri, perché, appunto non ne scriverà più, in nessuna lingua conosciuta ai più, perché l’unica vera lingua è quella delle cose mute.
Il conflitto tra guardare e leggere, tra sentire ed esprimere, osservare ed esporre, è accentuato da tutta la poetica decadente, da scrittori e saggisti quali Hofmannsthal e Foucault,
a studiosi come Aldo Gargani, autore di un testo esplicativo sulla crisi della razionalità. Nell’impossibilità dell’espressione l’uomo cerca continuamente nuovi modelli di linguaggio
e sapere da contrapporre all’ordine classico e ragionato delle cose, senza rendersi conto che è proprio l’esperienza del singolo individuo a rendere possibile l’evoluzione del
pensiero. Mentre il potere appartiene alla forma astratta, alla supremazia di un mondo superiore, gli eventi fisici concreti, individuali e determinati, costituiscono il mondo inferiore.
L’astratto è sinonimo di sublime, mentre il fisico, il materiale, individuale e specifico, costituisce il gradino più basso e superficiale. Nel costume e nella letteratura, i riferimenti a
ciò che è corporeo,
quale è già stato rimosso ciò che non vogliamo ammettere e che sfugge al nostro dominio, che ci fa anche un po’ paura perché non possiamo controllarlo. La crisi della ragione è
dovuta proprio a questa impossibilità di soffocare il nostro io interiore con altre forme di espressione che poi si rivelano non essere appunto, legittime, perciò infine, ritorna a galla
la nostra vera essenza.
L’opera di un autore come Magritte per certi versi sintetizza questo andamento, riportandolo sui binari dell’impossibilità dell’espressione, ma, più veri e giusti proprio perché più
meritevoli di approvazione. L’indefinibile come il mistero è tale in quanto non può essere definito, perché è così che manifesta meglio se stesso, in ciò è la sua vera essenza.
Bisogna dire che in questo è presente anche una certa autonomia dell’artista verso il concettuale.
Negli anni Sessanta e Settanta la ricerca sul linguaggio, è stata ripresa anche da artisti del calibro di Picabia e Kosuth33, e il linguaggio non rinuncia a se stesso, sia il
pittore che lo scrittore che il linguista non rinunciano al medium, allo strumento per cui si crea un punto di contatto tra noi e il resto del mondo, quindi alla comprensione ed
espressione reciproca.
Note al II capitolo
1 I. G. D. A., I maestri della pittura dal Rinascimento ai grandi
protagonisti dell’arte moderna. Magritte. Galleria d’arte, vol.
n. 56, febbraio 2001, p. 6
3 G. N. A. M., Magritte e il Surrealismo in Belgio, 28 aprile-4 luglio,
Roma, De Luca Editore, 1982, p. 48
4 I. G. D. A., op. cit. p. 8
5 G. N. A. M., op. cit. p. 39
6 ibid., p. 39
7 ibid., p. 41, nota tratta dall’inchiesta <<Sulla crisi della pittura>> in:
<<Les Beaux Arts>>, n. 164, 17 maggio 1935, p. 63
8 ibid., p. 41
9 ibid., p. 41, nota tratta dalla lettera a Chavée del 13 settembre 1960,
p. 492
10 ibid., p. 41, nota tratta dal Die Lebenslinie, 1938, p. 84
11 ibid., p. 41, nota tratta dal Die Lebenslinie, 1938, p. 78
12 ibid., p. 42, nota tratta dal Die Lebenslinie (II) in <<L’invention
collective>>, n. 2, Bruxelles 1940, p. 107
13 ibid., p. 42, nota tratta dal Die bürgerliche Kunst in <<London
Bulletin>> n. 12, 1939, p. 304
14 Meuris Jacques, Magritte, Köln, Taschen,1998,
tr. it. T. Malatesta, René Magritte, 1898-1967, Milano, Taschen,
1998, p. 103
16 ibid., p. 129
17 ibid., p. 130
18 Henry Maurice, Anthologie graphique du Surréalisme, Parigi, s.v.,
1972, tr. it. Antologia grafica del Surrealismo, album 3, Milano,
Gabriele Mazzotta Editore, 1972, pp. 145, 146, 147, nota tratta dal
testo di Paul Nougé, René Magritte ou Les images défendues, Les
Auteurs Associés, 1943
Morgana, 1973, tr. it. Roberto Rossi Questo non è una pipa, Piccola Enciclopedia, n. 55, Milano, SE, 1988, p. 55
21 ibid., pp. 89, 90, 91
22 Cortenova Giorgio, Magritte, “Art e Dossier”, n. 59, ottobre 1998, p. 6
24 ibid., p. 6
25 ibid., p. 8
tr. it. Pietro Chiodi Sentieri interrotti, Firenze, Editrice La
Nuova Italia, 1979, pp. 16, 17
31 G. N. A. M., op. cit. pp. 48, 49
32 Hugo Von Hofmannsthal, Ein Brief, FranKfurt am Main, s.v., 1951,
tr. it. M. Vidusso Feriani (introd. Claudio Magris) Lettera di Lord
Chandos, Milano, Rizzoli, luglio 1985, p. 43
33 Filiberto Menna, La linea analitica dell’arte moderna. Le figure e le
icone, Piccola Biblioteca, Torino, Einaudi, 1983, tav. n. 34, 35
III
Lo stile di Magritte
L’influenza di De Chirico e le opere successive
Il teorico dell’arte tedesco A.M. Hammacher, nel suo commento pubblicato nel 1974, nota in diverse composizioni di Magritte, la presenza evidente di alcune tracce ricorrenti della metafisica di De Chirico, che ha avuto considerevole influenza su Magritte, tanto da costituire non solo sua la fonte di maggiore ispirazione, ma anche un passaggio fondamentale nel suo processo di formazione artistica. Il quadro simbolo della svolta è Il canto d’amore, che in qualche modo ha stimolato nell’animo di Magritte, le vere motivazioni del fare arte.
Nel dipinto di De Chirico, ad un’ambientazione architettonica vengono accostati oggetti familiari del tutto diversi tra loro e sproporzionati: un busto in gesso del famoso Apollo del Belvedere, un enorme guanto da chirurgo ed una grossa palla verde. La visione metafisica qui sta proprio nel cercare di svelare la realtà nascosta dietro gli oggetti comuni spogliandoli di tutte le loro associazioni abituali e mettendoli in un
De Chirico,
Canto d’Amore (1914)
nuovo rapporto misterioso. De Chirico, così facendo, gli aveva rivelato la superiorità della poesia sulla pittura. Per Magritte non sono importanti la tecnica e gli strumenti utilizzati dall’artista, bensì, riferendosi più alla poetica dell’arte che alla pittura vera e propria, il soggetto rappresentato.
Secondo confessione dello stesso artista, il primo quadro che manifestò questa tendenza fu La finestra del 1925, di cui non si ha più nessuna traccia. La prima opera che però, Magritte considerò come “surrealista” e “riuscita”1 è del 1926. Si tratta del Fantino perduto. Nel quadro si nota l’uso di tecniche miste: collage, acquerello, china e matita.
Al centro della scena, incorniciata da pesanti tendaggi su entrambi i lati che alludono alla finzione del teatro e sono memoria dell’oracolo di De Chirico, è raffigurato un fantino in corsa accuratamente disegnato. Il terreno, percorso da un intrico geometrico di linee sottili, si confonde all’orizzonte con il cielo che sfuma dal bianco al blu e gli alberi, spogli, hanno i tronchi formati da birilli o “alfieri” 2 giganteschi, i famosi <<bilboquets>>3 su cui sono disegnati pentagrammi e spartiti musicali. Un fantino è un fantino, le tende sono tende, gli alberi sono alberi e un birillo è un birillo: gli oggetti e le cose

La finestra (1925)
sono primordiali e non esigono un’interpretazione a priori, Il fantino perduto è stato <<concepito>> da Magritte <<senza preoccupazioni estetiche, con l’unico scopo di rispondere a un sentimento misterioso, ad un’ angoscia “senza ragione”, una specie di “richiamo all’ordine” che orienta la mia vita fin dalla nascita>>4.
Numerose sono le versioni dello stesso tema quasi contemporanee all’originale in cui il fantino incita il suo cavallo nel silenzio misterioso di una foresta di alberi in forma di grandi foglie carnose, oppure ridotte alla nervatura.
I medesimi oggetti poi, si trovano anche in un quadro del 1927, della stessa serie ma più complesso intitolato Il giocatore segreto. Quasi una fusione dello scenario delle opere precedenti, gli alberi, il terreno, i birilli inquadrano però altri personaggi: dei giocatori di pelota e sopra di loro non c’è una palla, bensì una forma che ricorda una testuggine gigante. A destra, in un armadio, appare una donna intenta alla propria toilette e con la parte inferiore del viso coperta da uno “chador”5, o da una retina simile a quelle che gli uomini usavano per proteggersi la barba mentre si lavavano il viso.
Il fantino perduto (1926)
Il giocatore segreto (1927)
Nel quadro viene proposta la consueta scena teatrale, solo che al posto del fantino ci sono due uomini che giocano a un gioco misterioso, apparentemente serio: la pelota, appunto.
Tutti questi temi: il fantino, gli scacchi di cui Magritte era un appassionato cultore e la foresta incantata, ritorneranno ancora nel 1940 e nel 1942, mentre negli anni Sessanta, il suo cavallo galopperà su di un’auto in corsa e in una stanza di false finestre.
Per il dipinto Dopo l’acqua, le nubi, del 1926, Magritte “prende a prestito”6 da De Chirico alcuni elementi come: la tavola piatta, la finestra rettangolare e le tende stilizzate. Tuttavia li relega in secondo piano, dietro la pianta e le nubi, e ne aggiunge altri, come il flauto, evocando una dimensione misteriosa del tutto nuova.
Ne Il conquistatore, sempre del ’26, compare un’immagine che deriva dai manichini dei sarti, a ricordo dell’attività commerciale di Magritte. Ma l’effetto di “spaesamento” 7 e il senso di mistero che suscita, nasce dalla presenza di un’asse al posto della testa e dell’albero le cui radici sono sospese su un fondo rosso cupo. Il manichino, emblema della saggezza, ma anche della solitudine
Ne La traversata difficile questi motivi appaiono come se fossero su di un palcoscenico: lo spazio prospettico interrotto all’improvviso senza motivo in un punto qualsiasi, la disposizione di oggetti eterogenei senza alcun ordine apparente, il quadro nel quadro, la sostituzione della figura umana con un’immagine artefatta, la colonnina di una balaustra, le finestre diagonali, le tende e la mano staccata. Trasferendo nella costruzione prospettica il principio del montaggio, oggetti con una loro identità ed oggetti anonimi si mescolano nel medesimo spazio, come pure le nature morte che contrappongono il loro enigma alla pur seducente interpretazione della loro pura presenza.
Volendo interpretare le sue osservazioni su de Chirico come un commento alle proprie opere, quadri come La traversata difficile vanno letti soprattutto come testimonianza di una consapevole rivolta nei confronti di ogni tipo di arte, passata e presente.
Il collage (l’immagine spezzettata) 8 che è alla base del

Il conquistatore (1926)

Dopo l’acqua le nubi (1926)

La traversata difficile (1926)
procedimento pittorico di Magritte, è originato da un senso di disagio che, del resto, il collage stesso vuole continuare a produrre attraverso la razionalità. Gli oggetti raffigurati, estrapolati dal loro contesto ed inseriti in un ordine diverso, come ad esempio la balaustra de La traversata, devono perdere quell’ingenuità di esistenza 9 che viene loro attribuita, essere estraniati e suscitare domande sul loro nuovo ruolo di protagonisti del quadro, <<Poiché>> dice Magritte <<volevo, per quanto possibile, fare urlare gli oggetti più familiari, bisognava sovvertire in modo naturale l’ordine nel quale essi di solito si pongono>>10.
Nel biennio 1927-28, il pittore fece un’ulteriore osservazione. Portò a termine opere come L’uomo con il giornale e Scoperta e proprio riferendosi a quest’ultima disse: <<Credo di aver fatto una scoperta affascinante: finora mi ero servito di oggetti raggruppati insieme, oppure a volte mi bastava la collocazione di un solo oggetto per renderlo misterioso. Poi [..] ho scoperto una nuova potenzialità delle cose: esse possono gradualmente diventare qualcosa di diverso, un oggetto può fondersi con un altro oggetto… Mi sembra che questo sia tutt’altra cosa dalla semplice giustapposizione di due oggetti, poiché così non

L’uomo con il giornale (1927-28)
Scoperta (1927)
c’è né frattura né confine fra le due materie. In tal modo realizzo ora dei quadri di fronte ai quali lo sguardo deve <<pensare>> in un modo totalmente diverso rispetto a prima: le cose sono tangibili nella loro realtà, eppure in certi punti traspaiono a un tratto delle tavole di legno…>>11. Scoperta, è la forma pura, egli afferma l’importanza della sua ricerca e scoperta di oggetti che si fondono gli uni con gli altri, non ci sono né rottura, né confine: lo sguardo deve pensare diversamente.
E nel 1928 a Le Perreux-sur-Marne, presso Parigi, esegue I giorni giganteschi che ne sono la derivazione. In quest’opera una donna nuda si difende da un uomo che è visibile solo in quanto la sagoma di lei lo consente; sovrapponendosi solo parzialmente alla donna, l’uomo fa l’effetto di esserne la veste, anzi si identifica totalmente in essa. Ogni elemento ulteriore è sparito, lo spazio è illeggibile, vi è uno sfondo ma nessuna parete: una battaglia sull’abisso. Alla base del quadro non è il motivo dello stupro, ma l’invenzione figurativa con tutta la sua evidenza e al tempo stesso piena di enigmi. Combinazioni o metamorfosi: il quadro tanto più resta impresso nella mente e tanto più suscita sorpresa, quanto più i rapporti di contenuto tra i due motivi messi
I giorni giganteschi (1928)
in relazione si fanno evidenti e facilmente interpretabili; questo perché la trasformazione o il confronto comportano il riconoscimento della cosa trasformata o confrontata. Proprio ciò che avviene nel quadro: l’oggetto viene infatti legato alla <<cosa ad esso inerente nel buio della [..] coscienza>>12, infatti la donna viene legata all’uomo attraverso il medesimo contorno. Il legame propone molti significati: due figure e tuttavia una sola, la donna nuda eppure vestita attraverso la figura dell’uomo, in lotta eppure uniti, cedimento e terrore, sconfitta e resistenza, precipizio e sospensione. Questo nodo è ciò che Magritte cercava, <<immagine ignota in mezzo a cose note>> 13. Il nodo trattiene lo sguardo distratto. Appena percepito provoca uno sforzo, lo sforzo di scioglierlo. Ma somiglia al rebus riguardo al quale Magritte disse una volta, che, per capirlo veramente non lo si sarebbe dovuto spiegare. E’ questo, del resto, il punto fondamentale dell’enorme influenza di Magritte in tutti i campi della cultura. La fusione di figure ed oggetti, ed il loro sviluppo provocano irritazione e shock, l’avvio verso nuove rive dell’esperienza, della conoscenza, del sentimento e del pensiero.
L’idea centrale di René Magritte è che la pittura debba essere poesia e che la poesia debba suggerire il mistero. La parola chiave è dunque “mistero”.
.14. E tutta l’opera del pittore è impegnata in un tentativo di evocazione-evocazione e non rivelazione del mistero stesso. Tale concetto ha molte definizioni e tutte, hanno a che vedere con la nozione del nascosto, del segreto. Alcune sono contrassegnate da connotazioni religiose e mistiche. Come per i dogmi e le religioni, o si riceve l’iniziazione per capirli o altrimenti questi “misteri” 15 restano inaccessibili alla ragione e bisogna accettarli come tali. E’ il caso dei misteri praticati dalla religione cristiana e da essa rappresentati attraverso i sacramenti.
Questo senso del mistero viene utilizzato e rappresentato da Magritte in maniera nuova rispetto agli altri surrealisti, quasi inconsapevolmente, come se la scelta dei temi e delle immagini fosse lasciata liberatamene al caso, o almeno questo era quello che egli dava a intendere, come riferimenti più o meno velati alla morte della madre. Sistema quest’ultimo, riscontrato in opere come L’invenzione della vita del 1927, L’inganno simmetrico del 1928, Gli amanti e La storia centrale dello stesso anno, sicuramente uno dei suoi quadri più significativi.

L’invenzione della vita (1927)
L’inganno simmetrico (1928)

Gli amanti (1929)

La storia centrale (1929)
Tre soli sono gli elementi di cui è composto il dipinto: una tuba, una valigia e una donna con il volto coperto da un panno che si stringe il collo con una mano, accostati però in modo insolito in un’atmosfera enigmatica da cui sembra affiorare proprio il ricordo della perdita della madre.
Poi, a partire da Il modello rosso del 1937, le opere in cui si riscontra questa tendenza, sono: In omaggio a Mack Sennet, del 1937, in cui un capo di biancheria femminile appeso ad una gruccia lascia apparire due seni modellati e La filosofia del boudoir del 1947, che a distanza di dieci anni ripete con alcune varianti lo stesso soggetto con l’impronta ironica dei film comici degli anni Trenta.
La filosofia del boudoir viene anche ripresa nel 1966 in una gouache con lo stesso titolo, però lo humour si ritira dietro la violenza dell’erotismo. La camicia da notte mostra in modo più evidente ed esplicito del quadro del ’47 ciò che tenta normalmente di dissimulare. Rivelare lo sguardo del desiderio è rendere un omaggio a de Sade.
Lo stesso erotismo sfolgorante lo troviamo nelle varianti de Lo stupro, la prima delle quali risale al 1934. Mentre ne La goccia d’acqua dove è

Il modello rosso (1937)

In omaggio a Mack Sennet (1937)
La filosofia del boudoir (1947)

La filosofia del boudoir (1966)

Lo stupro (1934)
La goccia d’acqua (1948)
rappresentato un antico busto simile ai calchi di gesso dei musei: oggetto puro all’inizio, poi rapporto d’amore, l’attenzione è indirizzata ai sensi filtrando il piacere attraverso l’intelligenza poetica. Afferma Magritte <<sarebbe sufficiente>> che <<i miei quadri non fossero più necessari per pensare a ciò che rappresentano>> 16. Se il mistero non si può spiegare, lo si può almeno intuire. Ed assumendo nelle sue immagini la verità degli oggetti e delle cose, Magritte agiva come se la loro rappresentazione realistica e la loro associazione dovessero provocare in noi l’interrogativo essenziale che ci richiama al presentimento del mistero.
Altro elemento importante è che la presenza di oggetti isolati aveva ossessionato in quegli anni l’immaginazione dell’artista, e in maniera estremamente precisa circa le sue intenzioni.
Note al III capitolo
1 Meuris Jacques, Magritte, Köln, Taschen, 1998,
tr. it. T. Malatesta, René Magritte, 1898-1967, Milano,
Taschen, 1998, p. 38
2 I. G. D. A., I maestri della pittura dal Rinascimento ai grandi
protagonisti dell’arte moderna. Magritte. Galleria d’arte, vol. n.
56, febbraio 2001, p. 8
3 Paquet Marcel, Magritte, Köln, Taschen, 2001
tr. it. N. Bortolotti (a cura di Ready-made), René Magritte, 1898-1967,
Il pensiero visibile, Milano, Taschen, 2001, p. 16
s.v.,1972, tr. it. Antologia grafica del Surrealismo, album 3, Milano,
Gabriele Mazzotta Editore, 1972, p. 143
6 I. G. D. A., op. cit. p. 9
16 G. N. A. M., op. cit. p. 48
IV
Il mistero di “Questa non è una pipa”
Le opere relative alla questione del linguaggio
Il visibile che può essere mostrato in un quadro, apre sullo sconosciuto e per Magritte, l’unione delle cose visibili resa possibile dal pensiero poetico introduce al bizzarro. Resta comunque il fatto che il mistero può ovunque, e gli enigmi da esso provocati si trovano nella maggior parte delle opere umane. Mistero o enigma: definisce questo concetto, offre pertanto, una soluzione al dubbio suscitato da Magritte: “Indovinare qualcosa a partire da una descrizione fatta in termini ambigui” 1. La descrizione effettuata sarebbe dunque il quadro dal quale l’osservatore dovrebbe indovinare il significato che preferisce, qualunque esso sia. Dato che nessun quadro si spiega da solo, è sempre colui che li guarda ad interpretarli. Magritte insisteva sul fatto che le sue immagini non provocano mai interpretazioni precise. Poiché la sua intenzione era di porre interrogativi senza dare una risposta, è evidente che alla libertà del pittore corrisponda necessariamente quella dell’osservatore. L’interpretazione data da Magritte stesso a un certo quadro non sarà sicuramente identica a quella di un altro osservatore. Il critico d’arte conosce bene questo fenomeno: ciò che egli scrive sull’opera di un pittore, di solito supera le intenzioni dello stesso. Gli artisti lo sanno e lo confessano, ammettendo che il critico a volte fa scorgere nel loro lavoro più di ciò che gli stessi hanno coscientemente messo. I giochi destinati a trovare i titoli definitivi per i quadri implicavano invece tutt’altro atteggiamento. Riuniti intorno al pittore, di fronte alla tela fresca a cui era necessario dare un titolo, gli amici di Magritte si scambiavano idee delle quali almeno una sarebbe stata alla fine ritenuta valida, perché più di altre sembrava avvicinarsi ad un possibile significato. Un buon titolo doveva possedere alcune qualità che escludevano il vago, nonostante che tale opinione non escludesse del tutto le riflessioni costitutive delle immagini prodotte dall’artista. Era necessario che il titolo corrispondesse al processo mentale che aveva portato l’artista a dipingere quella certa immagine. Bisognava dunque andare, come fece Magritte, dalla rappresentazione dell’oggetto reale ad un altro oggetto reale, legati in modo da rivelare le similitudini per provocare interrogativi e sorpresa. Il titolo inoltre non definiva mai testualmente l’immagine, dato che questa non rappresentava mai un oggetto convenzionale descrivibile come tale. Non si trattava né di paesaggi né di ritratti né di nature morte. Il titolo doveva spaesare gli osservatori in modo che si interrogassero sulle premesse che l’immagine trasmetteva. Era inoltre necessario che il titolo introducesse ad una dimensione poetica, che facesse cioè capire che il discorso sprigionato dal quadro, si affidava all’immaginazione dell’osservatore – alle sue reazioni segrete – sia con ciò che mostra sia con ciò che non mostra, ma suggerisce. A proposito del rapporto tra titolo e immagine Magritte disse: “ I titoli dei quadri non sono spiegazioni e i quadri non sono illustrazioni dei titoli” 2, perché a prescindere dai giochi surrealisti atti a trovare dei probabili titoli, per Magritte non ci deve essere nessun nesso, tra la figura e il nome da attribuirle, bensì sarà una scelta dovuta al caso. Ed ancora: “La relazione [tra immagini e titoli] trattiene soltanto alcune delle caratteristiche degli oggetti normalmente ignorate dalla coscienza, ma a volte presentiti in occasione di avvenimenti straordinari che la ragione non è ancora pervenuta a chiarire” (ibid.)3. I titoli spesso inventati a posteriori e da altri, si inseriscono nelle figure, dove il loro appiglio era, se non preparato, almeno autorizzato anticipatamente, e dove essi svolgono un ruolo ambiguo: stampelle che reggono, termini che cadono e fanno cadere. Il volto di un uomo assolutamente serio, senza un movimento delle labbra, senza una strizzata d’occhio, vola in <<pezzi>> 4 sotto l’effetto di una risata che non è la sua, che nessuno intende, e che non proviene da nessuna parte. E infine questo, che per Magritte non comporta alcuna contraddizione, ma si riferisce contemporaneamente alla rete inestricabile delle immagini e delle parole, e all’assenza di un luogo comune che possa sostenerle, come affermava anche Foucault: <<In un quadro le parole sono della stessa sostanza delle immagini. In un quadro le immagini e le parole si vedono diversamente>> 5. Un oggetto, in un quadro, è un volume organizzato e colorato in modo tale che la sua forma si riconosce subito e non c’è bisogno di nominarla; nell’oggetto, la massa necessaria è riassorbita, il nome inutile è congedato; Magritte elide l’oggetto e lascia il nome immediatamente sovrapposto alla massa. Il fuso sostanziale dell’oggetto non è più rappresentato che dai suoi due poli estremi, la massa che fa ombra e il nome che designa. Il segno è autonomo, liberato da ogni vincolo, invade e domina il mondo, e più il suo predominio si rafforza più il suo mondo svanisce come fumo; ma più ancora, e in conseguenza di ciò, il linguaggio, svuotato da ogni necessità e da ogni funzionalità interpretativa, o imitativa, appare a sua volta definalizzato, armatura vuota e allucinante cui manca un corpo capace di impugnare l’arma. Alla luce della problematica sui titoli dati ai quadri e a quella sui giochi di parole che li generarono, è possibile comprendere in maniera più esatta il concetto di mistero quale lo intendeva l’artista. Lezione di cose e sensi figurati si uniscono secondo una retorica che prima non aveva potuto manifestarsi in maniera così evidente. La logica andrebbe effettivamente considerata sia nel suo significato comune che nel suo significato scientifico. In quest’ultimo, il concetto di logica ricopre lo studio formale di regole sulla verità. Ci sono esempi di possibili inversioni del significato comune delle cose che creano paradossi.“L’intelligenza dell’esattezza non toglie il piacere dell’inesattezza” 6. Ed ancora: “Il linguaggio dell’autenticità ‘dà la parola’ alle parole facendo loro esprimere ciò che non hanno mai detto”7. Parole o immagini, quindi sono un tutt’uno: se la poesia è un’arte fondata sul linguaggio, ciò è valido sia per la poesia scritta sia per la poesia delle immagini. Nel caso di Magritte le parole e le immagini nel loro nuovo statuto si equivalgono, l’ambiguità è proprio nel confronto tra le parole e le immagini.Quando nel 1927 dipinse la prima versione della Chiave dei sogni, entrava in un mondo poco esplorato da altri fino a quel momento. Si trattava di un universo tanto più confuso in quanto determina una revisione del linguaggio, nei suoi significati consueti, ed esige una revisione essenziale delle nostre abitudini mentali. La domanda posta dall’artista era quella di sapere se le parole rappresentano veramente nell’uso corrente ciò che crediamo. In questo modo, nella Chiave dei sogni, quadro diviso in quattro scomparti, una borsa è sottotitolata: Il cielo, un temperino: L’uccello, una foglia: Il tavolo 8. Ma, la quarta immagine che rappresenta una spugna: La spugna 9. Ad alcuni oggetti chiaramente riconoscibili vengono contrapposte definizioni che non li riguardano. Un solo oggetto rappresentato ha il suo nome abituale: la spugna. E’ chiaro il proposito di disorientare con le immagini il rapporto del significato ricevuto. Demolire le idee correnti e stabilire definizioni: la poesia espressa in immagini deve sostituirsi ad una lettura letterale. Importante non è ciò che il quadro rappresenta, ma ciò che suggerisce. Ricostruire un linguaggio: l’accostamento di oggetti inaspettati, ai quali si possono aggiungere frasi scritte, crea in modo paradossale altri significati applicati a cose che tuttavia all’inizio erano le più evidenti. Fondamentale in tal senso la serie di quadri in cui l’immagine realistica di un oggetto è accompagnata dalla scritta: “Questa non è…” 10, come la più importante Questa non è una pipa del 1926. Tale scritta era collocata su uno sfondo bruno scuro sotto una pipa brunastra. Ne sarebbe derivata la prima versione del celebre quadro Il tradimento delle immagini sottotitolato Questa non è una pipa del 1928-29. E si tratta a sua volta, della serie delle tele intitolata rispettivamente Il tradimento delle immagini e I due misteri che si sviluppa dal 1928-29 fino al 1966.

La maschera vuota (1929)

La chiave dei sogni (1927)

Il tradimento delle immagini (1929)

I due misteri (1966)
Del 1928 sono anche le due versioni della Maschera vuota che segnano la sostituzione di parole alle immagini figurative. Questa fu per Magritte una tappa essenziale nel rovesciamento della sua logica abituale. E’ da questo momento che si può affermare che la sua pittura è linguaggio, senza essere per questo letteraria. Nell’opera di Magritte il razionale non è esente, è soltanto sconvolto. Evidentemente lo sforzo provato dal pittore a dare chiarimenti sulla sua concezione di mistero e di poesia, proviene certamente dalla tradizionale separazione tra le nozioni di conoscenza ragionata e di conoscenza empirica. Tra ciò che entra nel significato per abitudine e ciò che gli sfugge per mancanza di sottigliezza. La pipa di Magritte nasce dal presupposto di non poter essere una pipa, e nello stesso tempo ha ragione di essere solo per il fatto di evocare l’oggetto reale cui si riferisce. La conseguenza più immediata è data dal fatto che al cospetto del calligramma il risultato del guardare e del leggere coincidono perfettamente. Tuttavia tra loro vi è un’insopprimibile disaccordo e rimane celato un potenziale conflitto, non del tutto evitato dall’occasionale corrispondenza tra lo stilema generale della forma e quello della parola. L’uno tende inevitabilmente a prendere il sopravvento sull’altro, schiacciandolo sul fondo e riducendolo a fantasma, a realtà volatilizzata. In tal caso le “tavole” 11 pubblicate da Magritte qualche tempo dopo Questa non è una pipa, non sono solo una sorta di sintesi dell’apprendimento antinaturalistico dei linguaggi e della rottura inevitabile che li separa dalla realtà, ma nei vari passaggi rilevano soprattutto il declino di ogni possibilità in base alla quale sia dato al mondo dei segni di “affermare” 12, o di evidenziare, gli oggetti cui esso si riferisce. Aggredire il reale e <<fare urlare gli oggetti>> 13, estraniarli per svelare un nuovo ordine, oppure legare fra loro figure ed oggetti in modo inconsueto, contraddire le immagini con le parole: Magritte utilizza gli strumenti di una pittura intesa prima di tutto come provocazione intellettuale, incitamento a rompere gli schemi abituali del pensiero. Nel caso in cui l’occhio si disponga a guardare da lontano, la forma trionfa nella sua organica unità e la parola si scioglie in mille impenetrabili particolari; quando invece l’occhio s’impegni ad avvicinarsi al testo per leggerlo, vocale per vocale, consonante per consonante, allora prende corpo la parola e la cosa che essa raffigura si scompone e si perde nel regno senza forma dei fantasmi. Adesso il rumore della lotta è solo un lontano ricordo ed un ironico silenzio di negazioni reciproche, e di autonegazioni brucianti, quello che non c’è più è proprio la pipa: essa sta per scivolare via, grigia forma vuota e gigantesca, pronta a sparire oltre la cornice. La spiegazione più ovvia evidenzia che l’immagine di una pipa rappresenta soltanto questo articolo da fumatori per cui non è possibile servirsene per fumare. Si tratta secondo Magritte, di logica“della ragione” 14. Ed anche l’impiego di paradossi e di aporie, ovvero difficoltà di ordine razionale che sembra non avere soluzione. Per gli osservatori di questo quadro la pipa rappresentata nelle immagini è proprio una pipa, il turbamento è causato solo dalla scritta che vi è aggiunta. Il pittore interrogando il “significato del mondo” 15, dichiarò: “I miei quadri sono stati concepiti per essere disegni materiali della libertà del pensiero. E’ per questo motivo che si tratta d’immagini sensibili degne di Significato” 16. Ma “il Significato è l’Impossibile per il pensiero possibile” 17. Con Magritte la realtà riconosciuta - la realtà ammessa - si annulla in un “altro” 18 reale. Ciò che è e ciò che non è: l’immagine della pipa subisce la realtà della pipa. La pipa dipinta non è più la pipa utilitaristica. Ma scrivere sotto l’immagine “questa non è una pipa” 19 lascia intendere che la pipa esiste altrove. L’impossibile si è dissolto nel possibile. Malgrado ciò, “il mistero” 20 o “i due misteri” 21 di Questa non è una pipa non consiste nel principio di somiglianza e di affermazione che definiscono il rapporto tra i protagonisti principali dell’opera, la pipa raffigurata e le parole scritte, il loro ironico attestato di non verità e lo scollamento nei riguardi del mondo reale e tangibile. In Le parole e le immagini Magritte svolge un ordine sistematico dei possibili rapporti tra rappresentazione e concetto. Le immagini di questo saggio figurativo si possono paragonare a tavole semiotiche. Di fronte alla pipa-quadro, una delle opere-chiave dell’arte di questo secolo, si potrebbe obiettare che essa ha poco a che fare con l’arte, che per rendere evidente il rapporto tra rappresentazione ed oggetto non ci sarebbe stato bisogno di ricorrere all’arte. Ma si deve tenere
Le parole e le immagini (1929)
presente che l’idea rispetto all’arte diventa effettivamente reale quando è espressa col medesimo medium 22.
Il quadro, secondo la teoria artistica di Magritte, deve rendere visibile il pensiero, che egli ritiene invisibile. Si tratta proprio <<di una rottura con l’abitudine di
considerare l’arte come un obiettivo sufficiente>> 23.
Anche i quadri che riflettono la relazione tra parola ed immagine sono strumenti 24: <<Quello che cerco non è l’arte, ma l’uomo e la sua liberazione attraverso l’immagine>> 25. Allorché Magritte isola gli oggetti e li estrania attraverso un nuovo ordine, oppure lega tra loro figure ed oggetti in modo sorprendente e contraddice le immagini con le parole mettendole in discussione, la sua intenzione è sempre quella di provocare concettualmente l’osservatore distraendolo da ciò che è abituato a fare. Le sue opere vogliono frenare l’automatismo dei procedimenti mentali per associazione e la ripetitività interpretativa senza pensiero: vogliono dare il potere all’immaginazione pensante, ed ogni volta ci riescono. A proposito della sua opera Magritte disse: <<La famosa pipa… Me l’ hanno tanto rinfacciata! E tuttavia… la si

L’uso della parola (1927)
La speranza veloce (1927)
può forse caricare, la mia pipa? No, non è possibile, è soltanto un’immagine. Se dunque sotto il mio quadro avessi scritto: questa è una pipa, avrei mentito!>> 26.
La rappresentazione della pipa è la logica prosecuzione de La speranza veloce e de L’uso della parola, entrambe del 1927. Nel primo caso oggetti anonimi assumono la propria connotazione per mezzo di didascalie, la lingua rende rappresentabile l’indefinito. Nell’altro caso si dimostra didatticamente che le immagini di oggetti rimangono pur sempre immagini, che i segni indicano cose reali, significano 27 una realtà, senza che tuttavia la rappresentazione si identifichi con ciò che è rappresentato, in tal modo, linguaggio ed immagini sono dati come sistemi strumentali che inequivocabilmente richiamano alla memoria realtà strutturate secondo leggi proprie.
Note al IV capitolo
1 Meuris Jacques, Magritte, Köln, Taschen, 1998,
tr. it. T. Malatesta, René Magritte, 1898-1967, Milano, Taschen, 1998,
p. 114
2 ibid., p. 121
3 ibid., p. 122
4 Foucault Michel, Ceci n’est pas une pipe, s.l., Editions Fata Morgana,
1973, tr. it. Roberto Rossi, Questo non è una pipa, Piccola
Enciclopedia, n. 55, Milano, SE, 1988, p. 55
5 ibid., p. 56
6 Meuris Jacques, op. cit. p.123, nota tratta da Leçon de choses, 1962
7 ibid., p. 123
8 ibid., p. 127
9 ibid., p. 127
10 ibid., p. 129
11 Cortenova Giorgio, Magritte, “Art e Dossier”, n. 59, ottobre 1998,
p. 7
12 ibid., p. 7
13 G. N. A. M., Magritte e il Surrealismo in Belgio, 28 aprile-4 luglio,
Roma, De Luca Editore, 1982, p. 41, nota tratta da Die
Lebenslinie, 1938, p. 85
14 Meuris Jacques, op. cit. p. 128
15 ibid., p. 132
16 ibid., p. 132, nota tratta da “Le sens du monde”, 1954
17 ibid., p. 132
18 ibid., p. 132
19 ibid., p. 132
20 Cortenova Giorgio, op. cit. p. 8
21 ibid., p. 8
22 G. N. A. M., op. cit. p. 43
23 ibid., p. 44, nota tratta dall’ intervista in <<F.A. >>, n. 108-109, 1974
(registrata nel 1965), p. 499
24 ibid., p. 44
25 ibid., p. 44, nota tratta dal catalogo della mostra Pittura
contemporanea in Belgio, Washington (Corcoran Gallery) 1963,
p. 477
26 ibid., p. 42, nota tratta dall’intervista in <<Femmes d’aujourd’hui>>,
6 luglio 1966, p. 536
27 ibid., p. 43
V
Il personaggio di Fantômas e le altre invenzioni figurative
Realtà e futuro dell’opera di Magritte
a) Fantômas e le opere della “serie nera”
Una delle chiavi di lettura capace di sintetizzare le molteplici facce dell’arte di Magritte è probabilmente relativa al personaggio di Fantômas. Ubiquitario, lesto, capace di rischiarare la notte con il suo incedere sicuro oltre le trappole del buio, il famoso personaggio, transitato senza usura dalle pagine dei romanzi alle pellicole cinematografiche e ai cliché del fumetto, rappresenta i termini di un’infrazione e di un rischio giocati e calcolati al di là delle regole tradizionali: il rischio per il rischio combacia per lui con la sottrazione, l’agguato, il rocambolesco. Moderno eroe di un’umanità inurbata nel circolo delle convinzioni borghesi, Fantômas interpreta, più di ogni altra fantasia del secolo, lo scardinamento delle regole. La sua sfrontata “professionalità” 1 delittuosa mette in gioco uno spreco di energie sproporzionato ai fatti, ma proporzionale al disinteresse di fondo che lo anima e alle imprese considerate in sé e per sé, quasi un rincorrersi di gesti conoscitivi che oltrepassano senza alcun rispetto i riti degli statuti culturali e le leggi della società. Fantômas è crudele e accorto, delinquente sfrenato e insieme meticoloso: in lui la contraddizione non vive nella suddivisione di due anime pronte ad esprimersi in tempi e modi differenti; essa vive invece lo stato di una pulsionalità continua, paritaria e per così dire organica. Tendendo agguati alla realtà, egli ne sfida il mistero e si colloca in una dimensione in cui non c’è regola, se non quella di portare a termine nel migliore dei modi ogni singola “giocata” 2. Magritte apprezzava i romanzi gialli della serie nera delle edizioni parigine N.R.F., i film di Fantômas ispirati al celebre romanzo di Souvestre e Allain e girati da Louis Feuillade, e i film del terrore americani degli anni ’40. In questi film, dietro la familiare facciata del quotidiano, domina il terrore che non ha alcuna origine definibile, la sua rappresentazione è fine a se stessa, l’azione perde d’importanza, e rimane un insieme di scene in cui è solo l’orrore a manifestarsi di continuo. I libri e i film, così come le opere d’arte di questo filone, sono la testimonianza dell’epoca insicura nella quale sono stati concepiti e nella quale alcuni individui, amareggiati dalla situazione politica (erano gli anni della seconda guerra mondiale), hanno riversato la propria inquietudine. L’effetto della tetra drammaticità di questi quadri deve scuotere lo spettatore, alla sua origine è l’angoscia. Per Magritte questa misteriosa sfida all’ordine costituito e alla logica del potere fu fonte d’ispirazione per tele come L’assassino minacciato, del 1926. La scena si apre in una stanza, dove un uomo, all’apparenza tranquillo, identificabile con Fantômas, ha appena ucciso una donna. Egli osserva e ascolta un grammofono e, girato di schiena non può vedere le persone che lo fissano dalla finestra e i poliziotti che lo spiano da dietro le pareti, anzi, sembra quasi indifferente al fatto che stanno per entrare ad arrestarlo. Qui ha un ruolo determinante l’effetto sorpresa, che si può riscontrare in elementi come il manganello e la rete, di cui si servirà la polizia per prendere il delinquente dall’aria fin troppo mite, il fatto che quest’ultimo si disinteressi del suo gesto e inoltre che alcuni spettatori assistano, senza nascondersi, ad un avvenimento a loro estraneo.

L’assassino minacciato (1926)
In questo quadro il protagonista è a volto scoperto, infatti è solo dal 1927 che Magritte inizia a rappresentare, con una maschera, quello che avrebbe dovuto essere il vero volto di Fantômas, traendolo dall’effigie dell’omonimo film di Louis Feuillade, che circolava nelle sale cinematografiche di quei tempi. Immagine che ancora più tardi, nel 1943, dipingerà nella sua totalità, ne Il ritorno di fiamma, una delle sue opere più emblematiche. Essa non ha nulla di surreale, né alcunché di enigmatico, ma rappresenta una sorta di dichiarazione di poetica e a suo modo è un autoritratto della propria personalità creativa. Quasi a conferma di ciò, è del 1928 una fotografia in cui Magritte stesso si pone nei panni e nell’atteggiamento del suo “eroe”3 vicino al quadro, ora scomparso, che lo ritrae e il cui titolo era Le barbare. Prima di tutto l’artista coglie in Fantômas la possibilità di lavorare all’interno di una mitologia intrisa di cronaca quotidiana, ricca di notizie e d’imprese rocambolesche. In secondo luogo, e lungo questa traccia, egli annulla le distanze tra la sfera del quotidiano e

Fotografia di Magritte con
Le barbare (1928)

Il ritorno di fiamma (1943)
quella dell’enigma metafisico. Adesso il mistero non nasce più soltanto dal silenzio calato attorno al luogo degli dei, dalle deserte piazze dechirichiane in cui si staglia l’ombra obliqua delle antiche arcate e dei monumenti solitari. L’enigma è sfuggito dalle labbra dell’oracolo ed è penetrato nelle cose stesse, al di là e al di qua della memoria, nella ragione quanto nell’irrazionalità, nell’occhio lucido e analitico come in quello cieco e veggente. In terzo, ma non ultimo luogo, Magritte percepisce che l’agguato di Fantômas non può che ripetersi all’infinito; che il mistero si ripropone costantemente, si rinnova e si moltiplica. Pulsionalità straordinaria del pensiero antico, l’enigma della realtà è per lui il cuore della vita stessa, la verità di cui è imbevuta. Al pari del suo rinnovarsi, si ripropongono tuttavia anche gli inganni dell’occhio e della mente, del calcolo e della folle rincorsa verso le origini dell’io. La storia della pittura di Magritte è infatti senza storia. La sua arte può ripetersi senza che sia lecito e comunque giustificato ritenerla ripetitiva. L’artista di Bruxelles è uno dei rarissimi pittori a poter rifare la stessa opera a un decennio di distanza (e poi ancora il decennio successivo) senza che si possa parlare di un “tardo rifacimento” 4: Fantômas torna sempre sul luogo del delitto, non per sciocca e segreta vanagloria, ma per rinnovare una sfida e un agguato che non ha mai fine. Scrive Magritte: “Fantômas non è più il pretesto di una storia; la storia è al suo servizio. Le opere di Fantômas non possono essere distrutte né subire modifiche. Il suo stato maggiore è composto da giovani zigani. Essi obbediscono ad un sistema, nonostante la subitaneità un po’ brutale con cui emergono nella storia del crimine. Fantômas esige dagli altri più che da se stesso. Egli non è mai visibile per intero. Si può vedere il suo ritratto attraverso il suo volto. Quando è perseguitato da ricordi, segue il suo braccio che lo trascina. Si muove come un automa, sposta i mobili o i muri che si frappongono sul suo cammino. [..] Non ha curiosità per il suo corpo. Ammira la vita. La scienza di Fantômas è più preziosa della parola. Non la si indovina – e non si può dubitare della sua potenza. Un colpo di scena. Juve ha seguito le tracce di Fantômas da molto tempo. Striscia sulle lastre di pietra spezzate di un corridoio misterioso. Tocca i muri con le dita per farsi guidare. D’improvviso un soffio d’aria calda lo investe al viso. Si avvicina… I suoi occhi si abituano all’oscurità. Juve distingue una porta dalle assi sconnesse, qualche metro avanti a lui. Si toglie il mantello per arrotolarlo attorno al braccio sinistro e prepara la pistola. Scostata la porta, subito Juve si rende conto dell’inutilità delle precauzioni prese: Fantômas è accanto a lui, profondamente addormentato. In un attimo Juve lega saldamente l’avversario addormentato. Fantômas continua a sognare, forse dei suoi travestimenti, come fa di solito. Juve, al colmo della gioia pronuncia parole deplorevoli. Il prigioniero ha un sussulto, si sveglia e, svegliandosi, Fantômas non è più prigioniero di Juve. Juve ha fallito ancora. Ma per raggiungere il suo obiettivo gli rimane ancora un mezzo: dovrà introdursi in un sogno di Fantômas - cercherà di esserne uno dei personaggi.” 5. L’unico modo per riconoscere il mistero è il fatto di essere pensabile. Il pensabile è al tempo stesso l’asse portante del suo sistema teorico-artistico ed il suo punto di riferimento razionale, che rivela il presente come un mistero assoluto. Il <<pensabile>> 6 si riferisce all’artista, alla sua intenzionalità durante l’atto creativo, e al tempo stesso all’osservatore, come possibilità di percorrere il medesimo procedimento. Perciò l’opera d’arte, secondo Magritte, non deve tener conto delle peculiarità del suo autore, più o meno esoterico; i quadri devono essere logici come il mondo, <<mostrare tutto quello che essi sono>>7, non devono celare nulla ed in questo modo, attraverso l’evocazione del mistero stimolare il desiderio di conoscere. In questo consiste la funzione decisiva del mistero: rivelare e stimolare.
Freddo e metodico come uno scienziato, egli si dedica a raggiungere il proprio scopo. Si propone <<senza speranza né disperazione di arrivare all’impossibile>> 8; <<senza essere modesto né superbo ho fatto quanto credevo che si dovesse fare>> 9 ; <<dipingo senza pessimismo e per lo più mi occupo delle possibilità che potrei scoprire>> 10. Ed infine: <<Non mi faccio illusioni, la partita è perduta fin dall’inizio>> 11.
b) Le opere dal 1931 agli ultimi anni
Negli anni successivi, Magritte realizzò numerosi dipinti, tra cui La voce dei venti del 1931. In questo dipinto appare il “grelot” 1, una specie di sonaglio a forma di piccola sfera, con un taglio lungo la circonferenza maggiore, di solito applicato ai finimenti dei cavalli, è uno dei tanti motivi che rappresentò di frequente: ingigantiti a dismisura e sospesi nello spazio evocano nello spettatore presenze misteriose, ma, gli stessi sonagli avevano anche il potere di commuovere il pittore con la loro musica e, isolandoli nel cielo, in mezzo ai venti, egli dà un’immagine a questa sensazione sonora. Sottratti alle relazioni interoggettive del mondo comune, gli oggetti della pittura acquisiscono un che di soprannaturale, una forza non-naturale, sono in poche parole, dotati di una variante superfisica, di quella capacità di deviazione che caratterizza il pensiero, se è vero che il pensiero non è altro che un confronto attivo e intenso con l’impensabile. Il termine magia designa la possibilità di entrare in tutte le forme, in tutte le identità senza dimorare in nessuna. La poesia può essere

La voce dei venti (1931)
ovunque e da nessuna parte, ma comunque è necessario essere stati messi nella posizione di poterla percepire, cioè essere stati disturbati e destabilizzati da un’esperienza, per esempio visiva, del senza fondo, o meglio dell’infondatezza annidata nel cuore delle cose e dei principi più evidenti.
Molti dipinti di Magritte racchiudono il dilemma dell’arte moderna, se, cioè, sia giusto o meno rappresentare semplicemente la natura così come ci appare. E La condizione umana del 1933 sottolinea la contraddizione della rappresentazione dello spazio tridimensionale del mondo reale su tela bidimensionale. Prendendo spunto dal concetto rinascimentale della pittura come finestra sul mondo, Magritte presenta un paesaggio visto attraverso una finestra incorniciata da tende. Il dipinto sul cavalletto raffigura la parte del paesaggio nascosta dalla tela, ed è così identica da indurre l’osservatore a mettere in discussione i piani della realtà. La superficie dipinta può essere confusa con l’aspetto stesso del paesaggio o si può pensare che sia il paesaggio visto nella tela a dare origine a quello vero. Per lo spettatore l’immagine rappresentata si trova a un tempo all’interno della camera sul quadro e fuori nel paesaggio reale. Quest’esistenza a un tempo in due spazi diversi è simile all’esistenza, a un tempo, nel passato e nel presente, di un momento identico. I pensieri visibili, che sono le immagini dipinte da Magritte, si rinchiudono nel loro segreto non appena crediamo di averne colto il significato. Sono immagini fortemente poetiche.
Sulla stessa lunghezza d’onda, Il dominio d’Arnheim del 1938, sfida l’osservatore a rivedere il proprio giudizio su ciò che appare reale. Capolavoro di cui esistono numerose versioni, sia su tela sia sotto forma di gouache, sottolinea l’ammirazione incondizionata che Magritte non smise mai di avere nei confronti di Edgar Allan Poe che è conosciuto in particolare per le sue opere che trattano <<l’inquietante, l’orribile e il sovrannaturale con una tensione carica d’ angoscia>>2. L’opera s’ ispira proprio ad un racconto omonimo dello scrittore americano. Poe narra paesaggi e montagne con minuziose descrizioni, e afferma: <<Nella natura non esiste nessun insieme decorativo che il pittore geniale non possa a sua volta riprodurre>> 3. E l’artista prendendo a prestito il titolo Il dominio d’Arnheim del racconto di Poe, per designare una montagna a cui ha dato la forma di un’aquila, mentre in primo piano troviamo un nido e delle uova a significare la natura aviaria della poesia, non poteva
rendere un omaggio migliore a colui che fu sempre il suo maggiore ispiratore. Come ha affermato anche lo stesso Magritte “Il dominio d’Arnheim realizza una visione che sarebbe molto piaciuta a Edgar Poe.”4 L’artista belga lesse tantissimi libri dello scrittore e si interessò con grande entusiasmo ai suoi racconti. In particolare proprio la narrazione de Il dominio d’Arnheim evoca immagini e impressioni profonde di cui Magritte si serve per il suo quadro. Il protagonista del brano di Poe, il giovane Ellison, eredita un’enorme fortuna, ma a lui non interessano molto le ricchezze terrene perché aprono orizzonti troppo limitati, bensì aspira alla libertà di pensiero data dall’espressione più alta del sentimento poetico. Per giungere a questo si era convinto che quello del “giardinismo” 5 sarebbe stato il campo più adatto al fine di creare combinazioni infinite di forme di nuova bellezza. Iniziò quindi a progettare i giardini- paesaggi, atti ad offrire elementi tra i più belli che la terra potesse avere. Si mette subito alla ricerca di questi possibili giardini e dopo lunghi e accurati tentativi, riesce finalmente a trovare nel regno di Arnheim, il luogo che tanto aveva sognato. Qui, Ellison in una serie di valli ben nascoste dalle montagne circostanti, dà vita ad

La condizione umana (1933)

Il dominio di Arnheim (1938)

Il dominio di Arnheim (1962)
incantevoli paesaggi, tanto da non sembrare nemmeno opera dell’uomo, ma di creature fantastiche come fate e gnomi. La descrizione di una natura così meravigliosa costituita da fiumi, prati e montagne incredibili che solo uno spirito elevato come quello di Ellison è riuscito a realizzare, non poteva non colpire l’immaginazione di Magritte. Infatti, anch’egli sarebbe stato ben lieto di scoprire panorami tanto suggestivi, e come afferma nel 1958: “Un quadro deve essere folgorante” 6, tuttavia non esistono, delle ricette per ottenere questa folgorazione o questo senso dell’inatteso. Piuttosto che cercare instancabilmente di scoprire i segreti sarebbe più conveniente suscitare nell’osservatore l’intuizione del nascosto. Per Magritte è sempre il segreto e il misterioso che attrae, soprattutto con il gusto della scoperta e del nuovo, che scene come quella di Poe possono svelare. Questo è il significato dell’osservazione secondo cui un oggetto ne cela sempre un altro, per cui, all’esercizio rivelatore della pittura si sovrappone l’esercizio del pensiero. Ne L’impero delle luci e nelle sue varie versioni, come il quadro rimasto incompiuto e senza titolo, del 1967, Magritte dipinge degli oggetti del quotidiano come l’albero, il lampione, la casa, il cielo, ma li pone in un

L’impero delle luci (opera incompiuta,1967)
ambiente che stupisce e disorienta lo spettatore: un cielo diurno ma con ombre e illuminazioni notturne, e gioca con il dualismo tra il giorno e la notte, tra i contrari tuttavia complementari, elementi che sono alla base dell’opera. Per Magritte, la luce e la sua assenza sono all’origine dei meccanismi del mistero. Il potere che hanno il giorno e la notte di “incantarci” 7, disse Magritte a proposito de L’impero, è il potere della “poesia” 8, e come un mago, egli trasforma la realtà e crea un clima poetico proprio. Il mare in tempesta, la nervatura del legno, la pipa, l’analisi del linguaggio, i muri, le tende, le tele sovrapposte al paesaggio in modo da non interrompere l’immagine generale pur essendo estranee alla naturalità del contesto, l’uso dell’immagine e della parola, l’uomo in nero con la bombetta, le lune, le luci delle case e le case ai margini del bosco: sono i temi cari a Magritte, specie quelli che continuano ad affascinarlo fino alle ultimissime esperienze degli anni Sessanta, e derivano da una selezione e da un progetto che esclude una diffusione non pilotata, quella casualità che ha in genere caratterizzato la produzione surrealista in particolar modo nell’ultimo dopoguerra. Per sua natura schivo e parsimonioso nel concedersi, l’artista scompare quando la sua grandezza ha già inciso in profondità nel tessuto dell’arte contemporanea.
La Pop Art d’oltreoceano gli deve forse meno di quanto non sia stato sottolineato; ma, senza il suggerimento di Magritte circa un oggetto ridotto a segno svuotato da ogni concretezza funzionale, essa non avrebbe potuto inaugurare la sua intensa stagione creativa. L’allontanamento della pittura e la predilezione per il meccanismo dei codici di comunicazione, fino all’abuso della tautologia, tipici dell’arte concettuale degli anni Sessanta e Settanta, sono stati fin troppo giustificati con la scintilla che egli aveva fatto scoccare tra l’immagine e la parola; ma senza la sua pittura “neutra” 9, tesa a “dipingere” 10 il tessuto della visione e la sua idea, non è facile pensare a un simile “trionfo”11 dei codici, dei significati, delle definizioni che, in quel clima, hanno occultato il dipingere stesso. La ricerca del linguaggio ha un ruolo di primo piano negli studi non solo di Magritte, ma anche di molti altri artisti del ‘900. Nel 1966, Una e tre sedie di Kosuth, ad esempio, ripropongono delle catene di segni “intersemiotici”12 (in quanto appartenenti all’ordine verbale e a quello visivo), ma impediscono ogni manovra metaforica in vista di una più fredda ed esatta dimostrazione dell’assunto linguistico, poiché la denominazione (sia verbale che iconica) di un oggetto non si fonda sulla relazione diretta tra segni e oggetto, ma piuttosto sulla catena delle sostituzioni-traduzioni di un segno in un altro segno. Picabia, colloca l’opera al livello di una proposizione linguistica il cui significato è fornito dalla sostituzione di un segno con un altro segno, come la fotografia e il disegno de La veuve joyeuse, del 1921, contemporanea degli studi di Magritte. Tuttavia l’artista belga è ancora più vivo laddove si è lavorato e si lavora in ordine alla metafora, in un territorio in cui la storia, il mito e la leggenda prendono le false sembianze di una silenziosa attesa quotidiana o invece quella di un enigmatico “accrochage”13. L’opera di un protagonista del Novecento quale è stato Magritte, tanto concentrato nelle ragioni del proprio linguaggio, non poteva avere migliore destino, se non quello d’incidere profondamente nel proprio tempo e di proiettare la produttività e il fascino del suo lavoro in un futuro in continua evoluzione.

Picabia,
La veuve joyeuse (1921)

Kosuth,
Una e tre sedie (1966)
Note al V capitolo
a)
1 Cortenova Giorgio, Magritte, “Art e Dossier”, n. 59,
ottobre 1998, p. 39
2 ibid., p. 39
3 ibid., p. 41
4 ibid., p. 42
5 ibid., p. 40, nota tratta da un articolo di Magritte pubblicato su
Distances, n. 2, marzo 1928
6 G. N. A. M., Magritte e il Surrealismo in Belgio, 28 aprile-4 luglio
1982, Roma, De Luca Editore, 1982, p. 48
7 ibid., p. 48, nota tratta dalla lettera ad André Bosmans, fine 1963, p. b
312
8 ibid., p. 49, nota tratta dall’intervista in <<F.A.>>, marzo 1974
(registrata nel 1966), p. 541
9 ibid., p. 49, nota tratta dal colloquio con Otto Hahn in <<L’Express>>,
16 genn. 1967, p. 550
10 ibid., p. 49, tratto dalla lettera a Maurice Rapin del 2 dic. 1957, p. 554
11 ibid., p. 49, nota tratta dalla lettera a Louis Scutenaire del 25 giugno
1943, p. 554
b)
1 I. G. D. A., I maestri della pittura dal Rinascimento ai grandi
protagonisti dell’arte moderna. Magritte. Galleria d’arte. vol. n. 56,
febbraio 2001, p. 11
2 Paquet Marcel, Magritte, Köln, Taschen, 2001
tr. it. N. Bortolotti (a cura di Ready-made) René Magritte, 1898-1967,
Il pensiero visibile, Milano, Taschen, 2001, p. 42
3 ibid., p. 42
4 Magritte René (a cura di A. Blavier), Ecrits Complets, Parigi, s.v.,
1979, tr. it. (intr. di E. Crispolti) Tutti gli scritti, Milano, Feltrinelli,
1979, p. 101 (testo n. 42)
5 Poe E. A., The all stories, Londra, s.v., 1959,
tr. it. G. Sardelli Tutti i racconti, Milano, Sugar Editore, 1962
6 Meuris Jacques, Magritte, Köln, Taschen, 1998,
tr. it. T. Malatesta René Magritte, 1898-1967, Milano,
Taschen, 1998, p. 103
7 ibid., p. 42
8 ibid., p. 42
9 Cortenova Giorgio, Magritte, “Art e Dossier”, n. 59,
ottobre 1998, p. 46
10 ibid., p. 46
11 ibid., p. 46
12 Menna Filiberto, La linea analitica dell’arte moderna. Le figure e le icone, Piccola Biblioteca, Torino,
Einaudi, 1983
tav. n. 34, 35, 36
13Cortenova Giorgio, op. cit. p. 46
Conclusioni
La pittura di Magritte mi ha sempre colpito molto. Il fatto che l’artista se ne sia servito per impressionare e turbare lo spettatore, è qualcosa che ho riscontrato anche su me stessa. Quando ho visto per la prima volta le tele di Magritte ho avvertito un sentimento a metà tra lo sconcerto e l’ammirazione, qualcosa che non saprei neanche definire con certezza, ma che mi ha fatto intuire davvero tutta la magia e il mistero racchiusi nella sua opera. Tanto da farmi decidere di trattarlo come argomento per la tesi. Magritte agisce mostrando all’occhio e allo spirito il carattere altamente incerto di tutto ciò che riguarda il campo del visibile; si inserisce nel registro del visibile, mette cioè a disposizione e a portata dell’occhio alcuni movimenti e combinazioni che operano fuori della vista, nelle profondità del corpo. Ma questa rivelazione del nascosto e del latente non si verifica mai attraverso una modalità contraddittoria della percezione visiva. Magritte non permette mai che il lato tecnico emerga su quello estetico; non crede possibile né augurabile che le cause materiali dell’opera vengano a turbare il senso del tutto incorporeo che producono. Non si tratta di negare il condizionamento fisico o socio-psicologico, si tratta di privarlo del suo senso a favore di un senso artificiale, poetico, nuovo, che si basi sull’incerto, sul mistero. I sensi inerenti le opere di Magritte riguardano direttamente confusione e disordine. Dietro al visibile si trovano le forze diverse che sostengono il visibile, che la pittura può far vedere. Ma questa possibilità non è passiva: è un’azione di metamorfosi, un’azione che cambia e modifica queste forze per il semplice fatto di mostrarle. Sarebbe meglio che la copia non assomigli al modello, ma che abbia il coraggio di assomigliare alla sua copia, in altre parole che capisca che l’arte non raccoglie un senso che è già suo, ma che al contrario gliene conferisca uno, gli apra una strada insospettata e del tutto capace, nonostante e grazie alla sua astrazione, di offrire al suo essere un nuovo orientamento.La forza di Magritte è proprio quella di mantenere in vita l’esigenza e il bisogno del senso di un mondo che ha cessato di provare questo desiderio. Il mistero è la chiave di tutto, senza il quale nessun mondo né alcun pensiero sarebbero possibili. Tutto ciò ha un’esistenza è una possibilità che non sarebbe possibile senza il mistero ed il mistero senza il quale nessuna possibilità sarebbe possibile. E’ questo che dà corpo alla sua arte, il fatto di non voler fare semplicemente arte, ma di voler trovare un valido motivo per farla, uno scopo per cui valga la pena utilizzare il mezzo pittorico. La sua non è solo tecnica o stile, è qualcosa che deve cogliere nel segno, deve scuotere e far comprendere il perché del reale, dell’esistenza e del mondo, senza del resto, spiegarlo, ci impone degli interrogativi a cui nessuno può dare una risposta sensata, ma che comunque sono importanti proprio al fine di chiederci il perché dell’esistenza stessa. Magritte indaga nelle cose, negli oggetti, nella realtà, nel mistero, e lo fa come nessun’altro, i suoi dipinti ci portano in una dimensione tale da permetterci di scoprire finalmente quello che ci circonda e noi stessi, perché ci conduce a meditare e riflettere, quanto più provoca tensione e angoscia sul nostro stato morale e materiale, è quindi un’arte che va al di là, della semplice arte. Ammiro profondamente Magritte, perché mi ha permesso di avvicinarmi proprio al senso dell’arte intesa come riscoperta di me stessa e del mondo quale dimensione misteriosa e magica, mi ha fatto comprendere il fine dell’esistenza, che non è quello di fare una cosa, solo perché deve essere fatta, ma che c’è una ragione senza la quale non vale la pena di farla.
Bibliografia
Introduzione
testi:
- G. N. A. M., Magritte e il Surrealismo in Belgio, 28
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Roma, De Luca Editore, 1982
- Meuris Jacques, Magritte, Köln, Taschen, 1998,
tr. it. T. Malatesta René Magritte, 1898-1967, Milano,
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- Cortenova Giorgio, Magritte, “Art e Dossier”, n. 59,
ottobre 1998
- I. G. D. A., I maestri della pittura dal
Rinascimento ai grandi protagonisti dell’arte moderna. Magritte.
Galleria d’arte, vol. n. 56, febbraio 2001
Rivista:
-
De Luca Martina, art. sui Grandi Maestri: Evocare il mistero,
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I capitolo
testi:
- Magritte René (a cura di A. Blavier), Ecrits Complets, Parigi, s.v., 1979,
tr. it. (intr. di E. Crispolti) Tutti gli scritti, Milano, Feltrinelli,
1979
- Paquet Marcel, Magritte, Köln, Taschen, 2001
tr. it. N. Bortolotti (a cura di Ready-made) René Magritte, 1898-
1967, Il pensiero visibile, Milano, Taschen, 2001
- Meuris Jacques, Magritte, Köln, Taschen, 1998,
tr. it. T. Malatesta, René Magritte, 1898-1967, Milano, Taschen, 1998
II capitolo
testi:
-
I. G. D. A., I maestri della pittura dal Rinascimento ai grandi
protagonisti dell’arte moderna. Magritte. Galleria d’arte, vol. n.
56, febbraio 2001
-
G. N. A. M., Magritte e il Surrealismo in Belgio, 28 aprile-4 luglio,
Roma, De Luca Editore, 1982
-
Meuris Jacques, Magritte, Köln, Taschen,
1998, tr. it. T. Malatesta René Magritte, 1898-1967, Milano,
Taschen, 1998
-
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-
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1973, tr. it. Roberto Rossi Questo non è una pipa, Piccola
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-
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-
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tr. it. Pietro Chiodi Sentieri interrotti, Firenze, Editrice La
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-
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tr. it. M. Vidusso Feriani, introd. Claudio Magris, Lettera di Lord
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Filiberto Menna, La linea analitica dell’arte moderna. Le figure e le
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III capitolo
testi:
-
Meuris Jacques, Magritte, Köln, Taschen, 1998,
tr. it. T. Malatesta René Magritte, 1898-1967, Milano,
Taschen, 1998
- I. G. D. A., I maestri della pittura dal
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Galleria d’arte, vol. n. 56, febbraio 2001
-
Paquet Marcel, Magritte, Köln, Taschen, 2001
tr. it. N. Bortolotti (a cura di Ready-made) René Magritte, 1898-1967,
Il pensiero visibile, Milano, Taschen, 2001
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Henry Maurice, Anthologie graphique du Surréalisme, Parigi, s.v., 1972
tr. it. Antologia grafica del Surrealismo, album 3, Milano, Gabriele
Mazzotta Editore, 1972,
- G. N. A. M., Magritte e il Surrealismo in Belgio, 28 aprile-4 luglio,
Roma, De Luca Editore, 1982
IV capitolo
testi:
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Meuris Jacques, Magritte, Köln, Taschen, 1998,
tr. it. T. Malatesta René Magritte, 1898-1967, Milano,
Taschen, 1998
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Foucault Michel, Ceci n’est pas une pipe, s.l., Editions Fata Morgana,
1973, tr. it. Roberto Rossi Questo non è una pipa, Piccola
Enciclopedia, n. 55, Milano, SE, 1988
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Roma, De Luca Editore, 1982
V capitolo
testi:
-
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-
I. G. D. A., I maestri della pittura dal
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Galleria d’arte, vol. n. 56, febbraio 2001
-
Paquet Marcel, Magritte, Köln, Taschen, 2001
tr. it. N. Bortolotti (a cura di Ready-made) René Magritte, 1898-1967,
Il pensiero visibile, Milano, Taschen, 2001
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Meuris Jacques, Magritte, Köln, Taschen, 1998,
tr. it. T. Malatesta René Magritte, 1898-1967, Milano, Taschen, 1998
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Menna Filiberto, La linea analitica dell’arte moderna. Le figure e le
icone, Piccola Biblioteca, Torino, Einaudi, 1983
Bibliografia delle immagini
Dal testo:
Meuris Jacques, Magritte, Köln, Taschen, 1998,
tr. it. T. Malatesta René Magritte, 1898-1967, Milano,
Taschen, 1998
pp. 17, 49, 51, 28, 29, 31, 128, 120, 126, 37, 32, 44, 33, 57
-
La finestra (1925)
-
Scoperta (1927)
-
L’uomo con il giornale (1927-28)
-
L’invenzione della vita (1927)
-
L’inganno simmetrico (1928)
-
La storia centrale (1928)
-
La chiave dei sogni (1927)
-
Il tradimento delle immagini. (Questa non è una pipa) (1929)
-
Le parole e le immagini (1929)
-
Lo stupro (1934)
-
In omaggio a Mack Sennet (1937)
-
Il ritorno di fiamma (1943)
-
La filosofia del boudoir (1966)
-
La voce dei venti (1931)
Dal testo:
D. Ashton, S. Hunter, R. Lebel, N. Ponente, F. Russoli, Gli anni 40 e 50. La crisi della forma, Milano, F.lli Fabbri Editori, 1980, p. 76
-
La filosofia del boudoir (1947)
Dal testo:
M. Calvesi e G. Mori, De Chirico, “Art e Dossier”, n. 28, 2000, p. 23
-
Il canto d’amore (Giorgio De Chirico, 1914)
Dal testo:
Paquet Marcel, Magritte, Köln, Taschen, 2001
tr. it. N. Bortolotti (a cura di Ready-made) René Magritte, 1898-1967,
Il pensiero visibile, Milano, Taschen, 2001
pp. 16, 17, 14, 64, 70, 42, 68, 21
-
Il fantino perduto (1926)
-
Il giocatore segreto (1927)
-
L’assassino minacciato (1926)
-
Gli amanti (1928)
-
La maschera vuota (1928)
-
Il dominio di Arnheim (1938)
-
I due misteri (1966)
-
L’impero delle luci (opera incompiuta, 1967)
Dal testo:
I. G. D. A., I maestri della pittura dal Rinascimento ai grandi protagonisti dell’arte moderna. Magritte. Galleria d’arte, vol. n. 56, febbraio 2001,
pp. 9, 10
-
Dopo l’acqua, le nubi (1926)
-
Il conquistatore (1926)
Dal testo:
Cortenova Giorgio, Magritte, “Art e Dossier”, n. 59, ottobre 1998
pp. 38, 10, 40, 15, 27
- La traversata difficile (1926)
-
L’uso della parola (1927)
-
Il barbaro (1928)
-
Il modello rosso (1937)
-
La goccia d’acqua (1948)
Dal testo:
G. N. A. M., Magritte e il Surrealismo in Belgio, 28 aprile-4 luglio,
Roma, De Luca Editore, 1982, pp. 91, 95
-
La speranza veloce (1927)
-
I giorni giganteschi (1928)
Dal testo:
Ragozzino Marta, Surrealismo, “Art e Dossier”, n. 103, 2000, p. 39
-
La condizione umana (1933)
Dal testo:
Menna Filiberto, La linea analitica dell’arte moderna. Le figure e le
icone, Piccola Biblioteca, Torino, Einaudi, 1983, tav. n. 35, 36
-
La veuve joyeuse (1921), Francis Picabia
-
Una e tre sedie (1966), Joseph Kosuth
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