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DEL CIECO AMORE PRESENTAZIONE Una coppia di mezza eta', un professore di Sulmona ed una distinta signora del Nord sono sposati da molti anni. L' improvvisa e repentina morte della moglie lascia il professore solo. Una normale tragica vicenda ma la famiglia di lei, che ha sempre avuto un pessimo rapporto col professore, chiede alla polizia di indagare. Passioni, vecchi rancori in un poliziesco intrigante tutto ambientato a Sulmona e incentrato sul tema dell' amore, anzi, del cieco amore. L'AUTORE SILVIO MANCINELLI Silvio Mancinelli e' nato e vive a Sulmona, non ci abita soltanto ma partecipa attivamente alla vita della sua citta'. Impegnato politicamente, e' anche uno dei redattori di Rete 5, una radio TV locale, visibile in buona parte dell' Abruzzo. Ama la sua terra ma ne conosce e ne denuncia anche gli aspetti deteriori che hanno portato tutte le Duesicilie ad una progressiva e generalizzata decadenza. Cio' ancora piu' vero per Sulmona, grande citta' nel passato, ridotta ormai ad una citta' di periferia sempre piu' povera e sempre meno vivace. Silvio Mancinelli ritiene che questo decadimento non sia inarrestabile e chiama tutti a reagire. Il racconto, che e' stato premiato dalla casa editrice Tracce, una delle piu' prestigiosa d'Abruzzo, vuole anche essere un modo per far apprezzare la propria terra e dare senso di appartenenza a tanti giovani che purtroppo da noi sognano altri posti e spesso, emigrano non solo per necessita', ma anche per dare seguito a questi sogni. PRIMA PUNTATA
Quando scoccarono le 10 di mattina, per il professor Grandi, fu tempo di festeggiar i 15 anni di insegnamento. Non era una di quelle belle giornate nella quali viene voglia di festeggiar l’evento in qualche maniera particolare con amici e parenti. Non c’era quel bel sole che ti acceca quando la serranda stancamente viene aperta la mattina presto e la luce passa attraverso, in maniera impetuosa, tra le fessure della stessa. Al contrario era una giornataccia nella quale la neve la faceva da padrona ed aveva imbiancato tutta la città di Sulmona. Avendo passato già molti inverni, al professore venne in mente subito la piazza dove vi è Ovidio pensatore. Già si immaginava il poeta latino tutto bianco e i ragazzi che colpivano a palle di neve le macchine che scorrevano lentamente, a causa della neve, attraversando il corso dedicato al nasone poeta dell’amore. Mentre si guardava allo specchio per radersi la barba notò la vecchiaia incipiente: i pochi capelli bianchi, la pelle rugosa, nonché dolorini vari che rendevano i suoi movimenti lenti; soprattutto quest’ultima cosa lo irritava assai a causa dei suoi trascorsi da atleta. Sul muro vicino alla finestra, accanto alla laurea, aveva incorniciato, in una maestosa cornice, la fotografia di quando, giovane atleta sulmonese, vinse i giochi della gioventù dando lustro alla storia del mitico liceo classico, anch’esso intitolato alla memoria di quel poeta, che non solo cantava dell’amore, ma nelle sue poesie, rimembrava le sue terre natali e loro fredde acque. Indossò uno dei suoi completi; li aveva ordinati nel suo armadio, collegando sempre allo stesso modo il pantalone, con la stessa giacca, la stessa cravatta e la stessa camicia. Questa litania e il ripetersi degli stessi abbinamenti era un insistere di colori e abbinamenti che durava da almeno 3 anni. Prima era la moglie Elena a preparare al marito il vestiario. Il professor Grandi, quando si svegliava la mattina, trovava il nuovo abbinamento, alle volte anche un po’ spinto nell’accostamento dei colori, sul divano Frau della sala e il caffè caldo con due biscottini in cucina. Anche quando tornava a casa all’ora di pranzo la Elena gli faceva trovar il pranzo pronto. La moglie era di un’altra città, precisamente era di Milano. Grandi la conobbe in una vacanza da giovane. Da ragazza questa signora era molto avvenente: lunghi capelli biondi, fianchi mozzafiato e un petto generoso. Nell’acqua sguazzava come una sirena, e tutti gli uomini, anche quelli sposati avevano pensieri peccaminosi sulla donna. In quel periodo il professor era un giovane supplente che viaggiava per il territorio abruzzese con la sua 500 nuova di zecca, che il padre gli aveva regalato per spostarsi per il lavoro. Ovviamente la macchina la usava anche per le vacanze. In una di queste vacanze al mare, sotto il sole dorato della Puglia, si riportò, praticamente la Elena a casa sua. Appena ebbe dal Ministero la destinazione finale, i due ragazzi si sposarono e si stabilirono a Sulmona. Avendo lasciato tutti gli amici a Milano, la moglie si trovò ad affrontar una situazione nuova nella quale vivere. Passò da una grande città ad una medio piccola, dove tutti si conoscono e l’intrusione di una persona nuova, soprattutto così avvenente, era difficile. La Elena, però, risultava molto simpatica a tutti ed in breve tempo era conosciuta da tutti nel quartiere nel quale i coniugi vivevano. Lei si impegnava nel coro polifonico, lei era la prima a fare volontariato e promotrice di raccolte fondi, seguiva i convegni delle varie associazioni culturali della città. Il professor Grandi era soddisfatto di tutto ciò, poiché la sua più grande preoccupazione era che sua moglie potesse sentir nostalgia dei suoi luoghi, cosa che avrebbe sentito lui a parti invertite, e che gli chiedesse di spostarsi da lì. Con la Elena la sua vita risplendeva di luce propria, l’inverno era estate per lui, il bicchiere era sempre mezzo pieno, non era mai pessimista e credeva sempre che per ogni situazione ci potesse essere sempre una soluzione adeguata. Lui era profondamente innamorato di lei, sarebbe arrivato, per assurdità, lui pacifista convinto, ad uccidere per lei. Non avrebbe sopportato che qualcuno potesse far del male a quel gioiello incontrato per caso nel lungo cammino della sua vita. Tutto ciò nonostante il professore scoprì di essere sterile; per lui, cresciuto in una famiglia all’antica, dove la patria potestà era raffigurata nello stereotipo dell’uomo rude che fa i figli che crescono con la mamma era un brutto colpo. La moglie cercava di consolarlo, dicendo che anche in mancanza di un figlio, il suo amore per lui non sarebbe cambiato o peggiorato, perché la moglie per un figlio è diverso dall’amore per un marito. Il professore passò, comunque, brutti momenti, ma cercava di eliminare dalla mente quel pensiero di considerarsi un mezzo uomo a casa di sperma sufficiente. Cercava di rilassarsi in cucina, e la sera, nei giorni nei quali la moglie si allenava in palestra, lui si dilettava in cucina. Il suo piatto preferito erano gli spaghetti alle vongole: lo riteneva un piatto semplice, ma nello stesso tempo saporito e buono come un piatto elaborato. Un po’ una metafora della vita, nella quale chi si deve accontentare di cose non costose, ma economiche, può benissimo vivere in felicità apprezzando ciò che ha e non desiderando, da buon cattolico, ciò che non possiede. Questa era una filosofia che cercava di insegnare ai ragazzi. Ma un giorno questo idillio finì. La sua cara moglie, la sua adorata moglie morì in una squallida stanza di ospedale. Fu una morte lenta: il professore raccontò che, durante la notte, la sua cara moglie lo svegliò di sopra assalto, esplicitando il suo sentirsi male. Il professore si alzò di scatto e senza batter ciglio, evitando emozioni che avrebbero fatto perdere la lucidità, si mise la prima cosa che trovò. Prese la donna e la mise in macchina e poi di corsa all’ospedale. Di quella notte, tuttora, non ricorda di più, afferma quando racconta la storia e del perché vive solo. Il professor Acerri, suo grande amico prima che collega, lo ricorda solo seduto accanto al letto dove è stesa sua moglie, fredda e rigida. Quella morte fermò, per assurdo, quella bellezza che il professore aveva sempre visto nella moglie, sin da quando la vide per la prima volta in quella spiaggia. Essendo Grandi uno stimato insegnante ed essendo ben voluto dagli studenti, al funerale della moglie vi era un bel po’ di gente. Tutti vicino a quel signore che non traspariva nessun dolore, forse perché il suo viso era coperto da grandi occhiali scuri, che Elena gli aveva regalato per l’ultimo Natale. Come in un film noir, il tempo era bruttissimo, da lontano si vedevano solo un mucchio di ombrelli, come se fosse uno schieramento di un esercito romano in formazione testuggine; il suono della campane che suonavano per il lutto, era limitato dal rumore della pioggia che scrosciava violentemente. Grandi prima di quell’episodio, aveva associato quel tipo di pioggia, al giorno del suo matrimonio, e quando uscì dalla chiesa, si vide vestito con lo smoking da cerimonia; si girò con il volto verso destra e vide sua moglie, bella come non mai, con un sorriso splendente e i capelli raccolti sotto il velo da sposa. Poi, nel momento del bacio, sentì una voce sempre più chiara e sempre più forte che lo chiamava: “Professore, professore”. Aprì gli occhi e si ritrovò in ospedale: era svenuto ed un dottore cercava di animarlo. Quando le cose si sistemarono e tutto tornò come prima i finti amici che gli erano stati vicino erano scomparsi, nessuno lo chiamava più e lui finiva le serate davanti alla televisione; non aveva un programma preferito, anzi la televisione non la guardava ma era l’unico modo per sentire qualche voce dentro quella casa, che lui sognava che fosse riempiti ancora dalla voce dell’adorata moglie e da tanti marmocchietti che giocavano con i regali che il padre gli avrebbe riportato a casa. Quel suo festeggiamento per i 30 anni fu quindi triste; senza la sua Elena e senza un motivo di vita, ma con la calvizie incipiente; cercando di elaborare nuovi piatti che lui stesso avrebbe giudicato, in quanto il suo giudice naturale non avrebbe potuto più parlare. Solo Acerri gli faceva compagnia invitandolo a casa oppure andando lui il pomeriggio a casa cercando di coinvolgerlo nelle gite scolastiche e nelle varie iniziative che il preside progressista della scuola metteva in campo.
SECONDA PUNTATA Un giorno entrò a scuola; era una di quelle giornate da schifo, dove alzarsi dal letto non ne valeva la pena e nelle quali già si sa che a scuola avrebbe trovato gli stessi problemi di sempre e quella mattina non gli avrebbe proprio voluti sentire. Ma il suo spirito del dovere e il suo istinto da gran lavoratore, spinsero il professore, a mettere il completo e ad andare a scuola. Quello fu un giorno di risveglio emotivo per Grandi e questo grazie ad un ragazzo. Il professore entrò in classe e fece la sua solita lezione e appena la campanella suonò i ragazzi uscirono dalla classe con uno sfuggente buongiorno detto così e a mala pena recepito da Grandi. Non si era accorto che seduto era rimasto un giovane, composto sul banco e che lo guardava mentre Grandi rimetteva le sue cose dentro la borsa di pelle che Elena gli aveva regalato 10 anni fa. Nel mentre che si stava alzando, il giovane lo chiamò e disse: “Professore, mi scusi, le vorrei parlare”. Il ragazzo, Alfredo Guerri, voleva confidarsi con quel professore dei suoi problemi; il giovane non riusciva ad imparare la sua materia e questo perché a casa aveva alcuni problemi. Aggiunse: “Forse lei deve andare, sono le 13 e 45”. Grandi guardò l’orologio, nel momento in cui Acerri entrò in classe per chiedergli se voleva tornare con lui. Grandi ci pensò un momento, riguardò l’orologio e immaginò cosa avrebbe trovato a casa. Disse: “Acerri non ti preoccupare, rimango ancora un po’ qui…ci sentiamo dopo”, poi si rivolse al ragazzo e disse: “Adesso telefoniamo a tua mamma per dire che devi rimanere a scuola per fare delle cose con il tuo professore; dai che ci andiamo a prendere un panino al bar”. I due si misero a parlare dentro al bar, forse perché il professore riteneva quel posto meno formale della scuola, e il ragazzo parlò dei suoi problemi, piano piano si aprì; tranne la mancanza della figura di un padre morto anni prima, problema superato da un pezzo, i problemi di Alfredo erano i problemi di un ragazzo adolescente di 17 anni; il problema di essere rifiutato dalla ragazza che ama, di essere poco incisivo nelle interrogazioni e negli esami, e poi vi era il problema di aiutare la mamma presso il bar di sua proprietà lasciato in eredità dal marito di lei. È facile immaginare come il ragazzo poteva confondere la figura del professore confidente con quello di un padre, e la stessa cosa poteva accadere per Grandi; la psicologia più scolastica dice che questa situazione poteva essere un riscatto per il suo essere sterile, e colmare il vuoto lasciato da Elena. Per grandi però non era così: lui aveva sempre sognato una scuola ti questi tipo, attenta sia a dare una cultura ai ragazzi, ma insegnare loro anche la fame per la vita, la voglia di andar sempre oltre a quello che vi era posto davanti. Lui da studente non ebbe questa possibilità, grigia come era la sua classe con i vestiti uguali, i professori rinchiusi dentro il loro sapere e con un sistema nozionistico che a Grandi non andava giù. Fare il professore per lui fu quasi una vocazione, voleva fare il progressista, voleva impersonare la figura dell’insegnante amico, i cui alunni si mettono sui bachi di scuola e dicono: “Oh capitano, mio capitano”. Voleva essere quello che andava contro il preside e ascoltava le richieste di ragazzi di una città povera, senza iniziative, e forse la scuola, per i ragazzi e per gli adulti, poteva essere non solo un contenitore di informazioni ma riscatto di un territorio. Quando succedono poi situazioni particolari: una morte, la notizia di non poter dare continuità al cognome, si tirano le somme di una carriera e si rendeva conto di assomigliare a quei professori grigi che aveva sempre criticato. Nel parlare a quel ragazzo suo studente, sentiva dentro di sé l’esplodere del giovane Grandi che vuole uscire dalla gabbia di kriptonite dove era stato messo. Piano piano Grandi riuscì a tirar le redini di questa sua vita, e riusciva ad assomigliare a quello che voleva lui: allo specchio non vedeva più un signore invecchiato, ma un tipo baldanzoso. La moglie era morta, ma la sua vita doveva andar avanti, e non poteva non aver un significato, come purtroppo, non ha avuto significato la vita di una moglie che neanche ha dato alla luce un figlio da allevare prima di morire. Questa nuova vita, in cui era rinato Grandi, lo fece diventar un modello per i ragazzi: si batté per aver un liceo aperto il pomeriggio per dare spazi agli studenti per suonare, si batté per un’ aula di informatica all’ultimo grido, appoggiò gli studenti per l’autogestione. I professori, giovani e meno giovani gli chiedevano il segreto del suo successo, anche Acerri, rimase impressionato di questo suo cambiamento nello stile di vita, e gli studenti lo coinvolgevano nei loro discorsi musicali, politici. Ormai procedeva tutto bene, il periodo nero dei brutti pensieri, dell’abbandono, sono tempi passati, ora si pensava solo a vivere!
TERZA PUNTATA Il commissario Lombardi era tutto intento a mangiare i suoi biscotti inzuppati al latte, mentre Salli, il suo piccolo beagle, con la zampetta pretendeva più che la sua attenzione, un biscottino, giusto per fare colazione. Lombardi non si era affezionato subito a quel cane, tanto voluto dalla moglie, ma Salli aveva uno sguardo così dolce che era impossibile resistere, anche per un poliziotto che aveva arrestato fior fiori di malviventi per la regione. Il suo nome era finito anche sui giornali e sulla cronaca nazionale per avere sgominato una banda di pedofili. Tutte le indagini di basavano su sue solide intuizioni e, nonostante la contrarietà del suo capo, Lombardi fece di testa sua, e andò avanti per la sua strada seguendo quello che sarebbe diventato, il suo leggendario fiuto. Alla fine di quella indagine, molti volti noti della sua città, tra i quali anche un tipo che organizzava eventi per bimbi, furono sbattuti in cella. In televisione si riaccese la polemica su cosa fare dei pedofili, chi diceva che anche Michelangelo aveva il suo amichetto e quindi non vi era nulla di male, e chi proponeva di introdurre la castrazione chimica per questa gente. Lombardi non solo era un gran poliziotto, ma era anche un opportunista come pochi sanno fare. Lombardi poteva essere paragonato a Paolo Rossi, uno che quando l’azione era buona, sapeva cogliere l’occasione al volo. Era nato da una famiglia non ricca, ma neanche povera; il padre era poliziotto e lui volle continuare questa tradizione poiché gli altri due fratelli, Sonia e Cesare, non avevano la stoffa; Sonia era una grande casalinga con due figli all’università, Cesare si era fatto prete, ciò lo pose in forte contrasto con il padre. Tra i due, cioè Cesare e Giuseppe (questo era il nome del commissario), vi era una grande confidenza; Giuseppe non era credente ma si confidava con suo fratello in confessione, perché lì vigeva il segreto confessorio e quindi nessuna informazione poteva essere diffusa. Il suo istinto lo seguiva sempre! Ritorniamo al suo opportunismo da calciatore: egli capì che quello era il suo momento, che da quella indagine, poteva ricavare un successo come quello di Taormina, il cui nome spuntava nelle aule giudiziarie, in televisione, in parlamento e in libreria. Con quel caso di pedofilia riuscì a partecipare a trasmissioni in tutti i canali televisivi via etere e via satellite. Con un amico giornalista, cominciò a scrivere un libro sulla vicenda che divenne uno dei successi della stagione. Divenne opinionista di Costanzo, e quindi aveva numerosi passaggi televisivi assicurati. Riuscì a diventar un uomo importante di un partito importante, ma non dimenticò mai, perché da lì derivava il suo successo, quello che era il suo vero lavoro, ossia scovare i cattivi, diventare lo sceriffo d’Italia. Questo era il suo soprannome, lo “Sceriffo”, piaceva a lui, perché si sentiva al di sopra di ogni vincolo legislativo nel suo lavoro, piaceva ai media perché si poteva così identificare in maniera diretta un personaggio. Aveva due telefonini con sé, quello destinato al lavoro del poliziotto e quello del suo manager che lo contattava quando era richiesto per un’intervista, una apparizione televisiva o altro. Questa volta era il pubblico ministero Pallottini a telefonare. Tra i due non correva buon sangue poiché il p.m. era della vecchia scuola, non sopportava le luce della ribalta, la sua faccia la metteva in tv solo per spiegare gli errori di una giustizia, in effetti troppo sbilanciata dalla parte del protagonismo, e del favore ai potenti. I magistrati dovevano stare all’oscuro, non farsi coinvolgere da polemiche, discorsi in tv. Dovevano essere lontani dalle influenze politiche. Lui conosceva Lombardi fin da giovane, lo ricordava ancora come uno sbarbatello, spaurito; come p.m. cercava di dargli i consigli giusti, sebbene lui già aveva come punto di riferimento il padre, uomo onesto e professionale. Ma negli occhi del Lombardi junior vedeva il fuoco della fama, mania di protagonismo; nonostante questo rimaneva però un grande mastino della legge. “Grandi, c’è bisogno di te in centrale”. “Come sta? Io bene! Ok mi dia un minuto e sono da lei”. Lo sceriffo d’ Italia, fece far i bisogni al suo cane e si mise in macchina. Nonostante il suo istinto indagatore, la sua memoria faceva sempre cilecca, infatti dovette tornar indietro, risalire a casa e prendere gli occhiali da sole che sponsorizzava. Non poteva far pubblicità in tv ma la pubblicità indiretta, con le interviste, le foto sui giornali, era sicuramente più efficace. Che il p.m. lo stesse aspettando nel suo ufficio, glielo disse il suo naso, quell’odore di sigaro, gli dava proprio fastidio, ma forse lo faceva apposta per farlo inalberare. Infatti il loro rapporto era un po’ come quello tra Don Camillo e Peppone; si facevano questi screzi, ma facevano finta di nulla. “Buongiorno, cosa è successo?”, chiese Lombardi. “Buongiorno anche a lei Giuseppe, come sta lei? E sua moglie?”, chiese malignamente. “Sempre divorziata, grazie del pensiero! Vogliamo arrivar al dunque?”. “Va bene, le spiego un po’; un po’ di giorni fa è morta una donna di 45 anni, vorrei che lei indagasse un po’ su questa morte”. “Perché, c’è qualche indizio su un omicidio?”, chiese Lombardi, versandosi un bicchiere d’acqua, come il suo curatore dell’immagine , gli aveva consigliato di fare; per togliere qualche etto bastava bere un po’ di acqua ogni ora. “Diciamo di no; però forse è importante prendere delle notizie su un professore; la moglie è morta per una infezione che le ha provocato una emorragia, ma su questo avrà più informazioni dalla nostra sezione scientifica; le posso dire che dato che la defunta non aveva problemi fino ad allora, forse è giusto indagare un po’, bastano alcune domandine, e poi archiviamo il caso, va bene?”. “Bè dottore, se è un caso semplice, perché chiedete a me di indagare”, chiese stizzito il commissario. Il sorrisino del p.m. era eloquente e non c’era bisogno di dire altro, ma lui aggiunse lo stesso: “Come lei ben sa, nei casi più semplici, ci possono esserci le insidie più serie, chi meglio dello Sceriffo di Italia può scovare un crimine dove nessun altro può vederlo?”. “Sì va bene”, si girò, augurò una buona giornata al capo e chiuse la porta dietro di lui per dirigersi alla sezione della scientifica. Il dottor Mariani era suo amico da sempre, coetaneo e con storie simili. Mariani portò Lombardi nel suo ufficio, ormai il corpo fisico era già stato interrato e non si poteva riesumarlo se non dietro provvedimento motivato da prove certe. Mostrò al commissario le foto della donna da viva e da morta, non c’era granché da far veder perché la donna non era morta per morte violenta. Gli spiegò soprattutto la cartella clinica, dalla quale risultava che la donna era morta per una emorragia dovuta ad un malore interno. La donna non aveva mai sofferto di nulla e non vi era possibilità di prevedere un malore simile. Lombardi chiese: “ Ma perché non è stata fatta una autopsia sulla vittima?” . Mariani rispose: “Giusè, perché non c’erano gli estremi e comunque all’apparenza sembra una morte normale…poi, anche volendo, non si potrebbe più fare perché, per sua volontà, la donna è stata cremata”. “Marià, se è così, che ci facciamo noi due in questo ufficio a parlar di un non caso?”. Mariani lo invitò a voltarsi: “Guarda, io devo ancora aprire quei due morti, che mi prenderanno molto tempo e ho un pranzo nel mio ristorante preferito al quale probabilmente dovrò rinunciare”. Suonò il telefonino dello sceriffo: “Pronto? Ehi ciao! a che ora? Va bene si può fare”, poi rivolgendosi all’amico dottore, una volta chiuso il telefonino, “Scusami”. “Chi era quel rompi coglioni del p.m.?”, chiese con lo sguardo di chi capisce queste rotture. “Veramente no, era il mio agente, domani sono da Vespa a Porta a Porta; mi sa che mi devo andar a comprar qualcosa di nuovo altrimenti sono sempre vestito allo stesso modo”. “Giusè, ma ti senti come parli? Vabbè va, finiamo questo discorso; insomma la domanda tua è pertinente: se la donna sembra morta per cause naturali, e non possiamo provar il contrario, di che parliamo? La cartella clinica mi è arrivata oggi; sembra che da Milano sia arrivata una segnalazione per questo caso; i genitori di lei sono molti amici del Presidente della regione Lombardia, il quale ha chiesto l’intervento del p.m. di Milano, il quale, a sua volta, a chiesto l’intervento del nostro p.m. del quale è amico, insomma una rottura di palle”. Per Mariani era tutto una rottura. “Capisco, credo che me la caverò presto allora, senti allora domani si va a cena insieme no?”, chiese al dottore prima di arrivare all’uscio della sezione. “Sì, come no! Non ti dimenticare qui gli occhiali da sole!”. Il commissario lo ringraziò e se ne andò. Nel frattempo Mariani pensò a cosa potevano servire un paio di occhiali da sole, in quel giorno che era brutto tempo.
QUARTA PUNTATA Uscendo dall’ufficio di Mariani, lo sceriffo chiamò a sé il capitano Gerosolimo: “Massimo, mi devi accompagnare”. Gerosolimo prese la macchina e fece salire Lombardi: “Dove andiamo?”, chiese il capitano che era sempre disponibile per lo sceriffo perché così appariva sempre in tv e poteva vantarsi con le ragazze che conosceva delle sue apparizioni sul piccolo schermo, pozzo di sogni e desideri. “Chi andiamo a pizzicare?”. Lombardi rispose spazientito: “Gerosò, ma che pizzicà e pizzicà! Mi devi solamente accompagnare ad una parte perché a quest’ora c’è la zona traffico limitata e quindi così non mi rompe nessuno; devo far degli acquisti per stasera che vado da Vespa”. Il telefono di servizio del commissario cominciò a suonare; il p.m. gli impose di andar a trovar un certo professore Grandi per il caso appena affibbiatogli. Il commissario si rivolse di nuovo al capitano dicendogli dell’appuntamento della mattina seguente per andar al liceo classico a trovare il professore. Subito dopo entrò nel negozio di abbigliamento di Sulmona; comprò un nuovo completo di flanella molto costoso e una nuova cravatta. Dopo le prime apparizioni televisive, Lombardi aveva capito che qualunque tempo facesse fuori, e qualunque temperatura ci fosse fuori lo studio, all’interno era sempre estate. La prima volta che era stato invitato, cioè prima di Natale, fece una sudata numero uno, tanto che dovette chiedere nuovi vestiti alla sarta della Rai e continuare con quei vestiti la trasmissione. Non aveva molto tempo poiché doveva partir per Roma per gli studi televisivi, il suo agente lo avrebbe aspettato lì. Gerosolimo chiese di poterlo accompagnare e la risposta fu affermativa. Il giovane sapeva di poter comunque imparare qualcosa di più su quel lavoro; in un tempo dove tutti volevano già diventar importanti, ricoprire posti di rilievo nell’ambito della società, il giovane Gerosolimo sapeva di dover cominciar dai lavori più umili, per poter arrivare a raccogliere i frutti di quanto seminato, in fin dei conti anche lo stesso Lombardi aveva cominciato dal basso ed ora si trovava a cavalcare l’onda del successo. Sapeva però di essere diverso dallo stesso “maestro”, perché lui non aveva quella mania di protagonismo del superiore. Non gli importava la tv, la politica, lui voleva diventar solo un buon poliziotto, uno di quelli che vengono citati tra i migliori rappresentanti del corpo. Il commissario Lombardi quella sera nello studio televisivo dovette rispondere a temi che riguardavano la riforma della giustizia e a domande private, con quel Vespa lì che con le mani messe come se stesse pregando lo invitava a dire il suo pensiero sugli argomenti importanti messi in piazza dal giornalista, e sul sondaggio che considerava Lombardi uno dei personaggi più sexy della televisione italiana. In effetti lo sceriffo non era poi tanto male: capelli corti sul castano e occhi verdi, il suo fisico era frutto di molte ore spese in palestra ed oltre che snello e muscoloso era pure martoriato da una ferita sul lavoro: un colpo di pistola che gli passò la spalla destra; vestiva alla moda e aveva una buona parlantina. Viveva anche gli anni della maturità, quando non si è troppo giovani ma neanche troppo vecchi. Gerosolimo lo riportò a Sulmona verso l’ una di notte e il cane lo aspettava dietro la porta con una sua ciabatta in bocca. La sua coda scodinzolava per la felicità di aver rivisto il padrone, ma il suo abbaiare indicava che doveva anche far pipì. Lombardi lo portò nel giardino sotto casa per i bisogni e si fumò presumibilmente l’ultima sigaretta di quella giornata. Mentre fumava guardava in alto e notò un cielo nero, senza stelle ma in compenso con nuvole nere; nere come il suo umore per la seccatura che il p.m. gli aveva attribuito. Tirava anche un leggero venticello che faceva svolazzare la sua cravatta e le orecchie del cane. Dalla casa di fronte si sentivano delle voci, voci festanti dovuti alla festa di laurea del figlio del vicino e poi il rumore assordante del treno che passava. Il cane richiamò la sua attenzione, ciò voleva dire che quello che doveva fare l’aveva fatto e che il commissario poteva andar finalmente a dormire. La mattina dopo Gerosolimo lo venne a prendere puntuale mentre il commissario si stava mettendo le scarpe e, contemporaneamente, parlava con il viva voce al telefono con il suo agente dicendogli che quella mattina aveva da fare e il telefono sarebbe rimasto staccato. Presi gli accordi con l’agente circa un appuntamento con una casa editrice per un suo libro, era pronto per recarsi presso il liceo. Varcata la soglia di quel posto, alcuni ricordi gli si fecero di nuovo vivi nella memoria; lui alla fin fine da ragazzo era uno sfigato, uno di quelli che nessuno si fila mai. Provava un senso di frustrazione in quel periodo nei confronti dei suoi compagni: lo invitavano alle feste solo perché era un compagno e non perché era simpatico agli altri, i saluti erano di cortesia e di educazione e non di gioia. Lui era poco flessibile nel capire di altri e forse questo lo rendeva poco socievole nei confronti di chi gli stava accanto. Non furono cinque anni piacevoli anche perché lì conobbe la sua attuale ex moglie; stranamente era l’unica ragazza che riusciva a comprenderlo nelle sue parole e nei suoi gesti. Quando lei lo lasciò, essendo consapevole di questa cosa, aveva paura di essere una cattiva persona: se il farsi conoscere in profondità da una donna, portò quest’ultima al distacco, forse voleva dire che lui non aveva un’anima molto bella, un bel carattere come si dice. In effetti neanche con i soldi e il successo si sentiva felice, sapeva di non essere dentro una bella persona, e tutto ciò che aveva conquistato era solo pura materia; anche le donne che erano state nel letto non gli diedero nulla se non un piacere momentaneo derivante da un atto sessuale; non si sentiva stimato e non si stimava e chi gli stava vicino si allontanava da lui; lo avrebbe fatto anche il cane se ne avesse avuto la facoltà. Chiese alla bidella dove poteva trovar il professor Grandi, e la bidella gli fece cenno di seguirlo. La bidella aprì la porta di un’aula e richiamò l’attenzione del professore. “ Si? Cosa c’è?”, chiese Grandi, dopo aver sentito il rumore delle nocche della mano sulla porta. “ Professore, mi scusi, ma qui c’è un poliziotto”. Alla vista del famoso commissario, nell’aula si sentì un vociare molto fitto. Grandi prese la situazione di petto: “Ragazzi abbiamo l’onore di aver nella nostra classe, lo sceriffo d’Italia”, e poi rivolgendosi al commissario: “ Dottore, dato che è un caso raro avere un personaggio del suo livello nella nostra scuola, vuole far due chiacchiere con i miei studenti? Credo che questa sia una buona occasione per far capire ai ragazzi come si lavora in polizia in modo tale da fargli comprendere quel lavoro. Magari qui c’è un futuro sceriffo”. Al commissario non piacevano i ragazzi, ma forse quella era già una buona occasione per vedere l’ambiente di Grandi e riassaporare un tempo ormai andato via. Si mise a sedere vicino al professore e cominciò a rispondere alle domande dei ragazzi, impazienti ma anche timidi. Le domande vertevano sui singoli casi, ma anche sulla televisione e sulla politica. “Adesso vi faccio una domanda io: come è il vostro professore?”, chiese Lombardi. Una ragazza con il pancino di fuori e il piecing al naso, mostrò al poliziotto una targa appesa al muro e sotto alla targa una foto del professore con i suoi studenti. Sulla targa vi era scritto: “Al nostro caro e mitico professore”. La campana suonò e i ragazzi furono invitati ad uscire dalla classe. Grandi e Lombardi rimasero soli. “Allora commissario, non credo che sia venuto qui a sentir una lezione di storia vero? Benché la storia noi tendiamo a dimenticarla oppure ce la fanno dimenticare”. “In effetti no, professor Grandi, sono venuto a far una chiacchierata con lei circa la morte di sua moglie; si tratta essenzialmente di chiarire due o tre cose, una pura formalità insomma”. Grandi parlò guardando verso la finestra: “Lei vuole che io ricordi dei momenti ancora freschi nella mia mente; non è stato facile andar avanti dopo la morte di Elena, ma mia amata moglie”, poi si girò di scatto verso Lombardi: “Ne possiamo parlare davanti ad un caffè qui a fianco?”. I due si avviarono verso il bar a fianco del Liceo e in quel tragitto, Lombardi si rivedeva ragazzo a fumare in bagno, oppure si rivedeva mentre usciva dal portone del liceo per andar a comprar una merenda proprio in quel bar. “Sa che io mi ricordo di lei a scuola?”, disse il professore. “Ma dai! Come è possibile?”, chiese con stupore Lombardi, essendo lui stato poco in vista a quel tempo. “Bèh commissario, forse sarà stata questo tragico episodio, ma ho molti meno anni di quelli che dimostro. Oltre che avere un buono spirito di osservazione per le persone. Io credo che a quel tempo frequentassi l’ultimo anno e lei faceva il quarto ginnasio, aveva la professoressa Imparato come insegnate di latino no?”, Lombardi fece un cenno affermativo con la testa e un sorriso che sembrava volesse dire quante ne aveva passate con quella professoressa vecchia, che usava metodi antiquati, e prossima la pensionamento. Grandi continuò: “Beh, forse lei non si ricorda di me, ma sono io che le ho fatto il battesimo al bagno”. Lombardi ora aveva capito dove aveva visto già quel tale; effettivamente dimostrava più anni di quelli che aveva. “ Mi ricordo che lei era insieme ad altri ragazzi, ed era l’unico a porre resistenza a quella stupidaggine; alla fine vi bagnavamo solo un po’ di capelli, nulla di più. Già allora mi colpì quel carattere indomito, e pensai che doveva essere alquanto testardo nelle sue decisioni. Avevo visto giusto?”. “Effettivamente…”, ripensando alle litigate con la moglie che lo etichettava sempre con l’appellativo di testardo, ma questo appellativo lo usavano anche i suoi superiori nelle indagini condotte da lui; gli chiedevano di non comportarsi da testardo.
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