internazionale


 

 

LA ZASTAVA - LA FIAT E NOI di G. Larosa
 
Nei mesi della guerra contro la Yugoslavia  questa fabbrica fu bombardata e devastata benche' non vi si producessero che automobili: morirono molti operai e alcuni folgorati, o meglio cotti dalla corrente in alta tensione mentre tentavano di intervenire sugli impianti di energia perche' le bombe erano bombe speciali, spargevano anche polvere di grafite, polvere conduttrice di elettricita', apposta per provocare il massimo del danno e dei morti.
La strategia era di ridurre la Serbia all' "eta' della pietra", una terra di nessuno dove padrone fosse il crimine e la produzione fosse ridotta al minimo di sussistenza. Noi delle Duesicilie conosciamo bene questa strategia che con le stesse parole e la stessa faccia tosta fu proclamata dagli invasori Piemontesi e, purtoppo, ottenne il successo che ancora oggi possiamo misurare.
Appena finita la guerra anche li' la situazione era molto simile a quella delle nostre parti dopo il 1860.
La storia della Zastava fece effetto qui da noi a Pescara, ricordo quel primo maggio quando, mentre a Roma i buffoni cantavano e ballavano, qui venne improvvisato un concerto e una raccolta di fondi per quella fabbrica: pizza fritta in cambio di una sottoscrizione. Fu un successo insperato e nei giorni successivi analoghe iniziative davanti alle fabbriche ebbero altrettanta fortuna.
Percio' e' doveroso, quando una grande fabbrica risorge, esserne contenti e, nel caso della Zastava, e' doverosa una contentezza ulteriore.
Dobbiamo pero' valutare anche le conseguenze e capire bene cosa sta succedendo, perche' la cosiddetta solidarieta' operaia non sia a senso unico.
Vediamo intanto come stanno le cose e quindi stracciamo e buttiamo all' immondizia i resoconti del Sole24ore, di Repubblica e di altra stampa similare.
Questi organi di disinformazione hanno parlato di entusiasmi, di feste, di grande euforia a Kragujevac, facendo allusioni negative rispetto a quanto era invece avvenuto con l' accordo di Pomigliano. I "buoni" fanno festa e si accontentano di pochi soldi, i "cattivi" contestano e si lamentano. Quando poi i cattivi sono delle Duesicilie alla cattiveria si aggiunge l' innata malavoglia di lavorare e produrre.
Ma le cose non stanno cosi'.
All' accordo con la Fiat la stampa serba ha dato meno risalto di quanto sia stato fatto in Italia e i commenti erano prudenti e gli operai ancora piu' prudenti.
Anzi, un nostro corrispondente ci riferisce che l' atmosfera non e' poi molto diversa da quella di Pomigliano.
L'attuale stipendio  per un operaio serbo vale la meta' di quanto valevano prima della guerra i dinari che prendeva ogni mese.
Allora con lo stipendio da operaio si viveva discretamente e ci usciva anche la settimana al mare con la famiglia. Oggi lo stipendio di Marchionne non gli permette di arrivare a fine mese e occorre anche il contributo della moglie. Rispetto alla miseria nera della disoccupazione e del lavoro occasionale di cui vivono da qualche anno, pero', questo stipendio e' una opportunita' che non si puo' rifiutare, ragionamento analogo a quello fatto a Pomigliano.

Un'altra notizia che e' difficile vedere sulla nostra stampa e' che con l' accordo siglato prima di Natale 2009 Fiat aveva acquistato il 70% della proprieta' della Zastava mentre il governo serbo si e' comunque tenuto il 30%. Una logica molto diversa dalle nostre privatizzazioni che hanno regalato a Fiat l' Alfa di Pomigliano in cambio di quasi niente e al 100%. Questo vuol dire che in Serbia la polizia, l' esercito, gli enti pubblici compreranno Fiat prodotta a Kragujevac e lo stato avra' qualcosa di piu' di un occhio di riguardo per la fabbrica che e' anche la sua. Non solo, i guadagni della fabbrica saranno anche della nazione che la ospita, mentre da noi i guadagni vanno ai Marchionne e le perdite vanno allo stato. Il risultato e’ che quasi sicuramente chiudera’ Termini Imerese. La reazione dei partiti di malgoverno e finta opposizione e’ soltanto fatta di lacrime di coccodrillo, un po’ di baccano con bandiere e striscioni, richieste di assistenza per i futuri disoccupati e spasmodica ricerca del nuovo padrone disposto a sobbarcarsi oneri in cambio di prebende statali, niente altro! Lo stato serbo ha fatto una scelta, un piano industriale, ha organizzato un intero territorio perche' fosse pronto per rilanciare la produzione di una simile fabbrica, perfino l' universita' si e' mossa massicciamente. Da noi lo stato non esiste, esiste Marchionne, da noi le istituzioni locali non esistono, ci sono i piagnoni. Forse non possono fare altro? Forse. Ma si puo' pretendere pero' altro, questo si. Primo, che si decida cosa produrre e come a Termini Imerese come in tutte le aree di crisi, secondo, che si predispongano le infrastrutture produttive, non solo le strade ma anche i nuclei artigiani di supporto senza i quali nessuna grande fabbrica vive se non come una cattedrale nel deserto. Ultimo, uno stato che dovrebbe esistere in funzione dei suoi cittadtini dovrebbe  proteggere le sue fabbriche perche', come diceva Franco Nocella, dove le fabbriche si ritirano avanza la criminalita'. Percio', se davvero vogliono combattere le mafie, si preoccupassero delle fabbriche invece che fare sceneggiate alla ricorrenza della morte di Falcone e Borsellino o ad ogni belato di Saviano.

 

 
 
Chi non muore di fame muore di terrore di Caterina Donattini di Pacereporter
 
L'esercito israeliano uccide due ragazzi palestinesi nel villaggio di Awarta. Li hanno spacciati per terroristi, raccoglievano metallo per vivere.
Awarta è un piccolo villaggio di contadini sulle pendici di antiche colline, incorniciato da ulivi che non hanno la voce per raccontare le storie di queste valli in Cisgiordania, a otto chilometri da Nablus. Awarta è il villaggio natale di due ragazzi, Mohammad e Salah Qawariq, entrambi 19enni.
Mohammed e Salah erano cugini, cresciuti insieme tra questi campi, uccisi insieme a sangue freddo sulla terra rossa, su cui il loro sangue si è sparso, la mattina del 21 marzo 2010. E la macchia rimane. La prima versione fornita dalla stampa israeliana parlava di ragazzi travestiti da contadini che brandivano forconi e bottiglie rotte contro i soldati in modo minaccioso, come riportato dal sito Ynet News lo stesso 21 marzo scorso. Il giorno dopo, però, lo stesso giornale doveva ammettere : "E' stata aperta un'indagine militare sull'incidente dei forconi vicino a Nablus. Ricerche circa gli eventi di sabato rivelano discrepanze nei rapporti militari. Solamente a 24 ore dall'incidente di Awarta è già chiaro che la dinamica dei fatti non pare lineare come descritto dai soldati".
Sono stata ad Awarta sabato scorso. Siamo in piena West Bank: il villaggio sorge sulle pendici di una dolce collina e rimane chiuso tra da due insediamenti -Itamar e Gideon-, un grosso check point che chiude la strada principale, e una base militare. Osservando dal promontorio dove sorge il cimitero si vedono i due grandi insediamenti israeliani sovrastare quelle terre che appartenevano fino agli anni Sessanta interamente ai contadini palestinesi e sono oggi confiscate al 60 percento: in parte perché occupate dalle due colonie israeliane, in parte perché i coloni e l'esercito ne impediscono l'accesso agli abitanti.
Il capo del consiglio comunale di Awarta mi spiega che oggi i contadini devono richiedere un permesso speciale alle autorità israeliane in modo da poter coltivare i propri campi o raccoglierne i frutti. Quel permesso Mohammed e Salah lo avevano ottenuto e per questo quella mattina si erano recati di buon mattino a raccogliere le olive dei propri alberi, muniti di due piccole bottiglie di plastica che contenevano l'acqua per la giornata. Avevano inoltre approfittato per raccogliere alcuni pezzi d'acciaio e di ferro nelle terre adiacenti, un tempo usate come discarica dal paese. Molti ragazzini si occupano della raccolta dei metalli abbandonati e da essi ricavano pochi spiccioli con cui sostenere le spese di famiglie ridotte alla fame per via di un tasso di disoccupazione che è al 70 percento. In particolare dagli anni Ottanta in poi, quando l'insediamento di Itamar fu costruito, gli spostamenti dei contadini divennero molto difficili e ostacolati da diversi attacchi dei coloni e dalla presenza costante dei militari israeliani. Da allora molte famiglie persero la propria principale fonte di sostentamento e vivono strangolati in un villaggio che non da vie d'uscita. Sulle pendici delle colline alcuni ragazzini vagano tra la spazzatura, cercando pezzi di metallo: un'immagine assurda, se si pensa che queste sono terre fertili di coltivazioni il cui accesso viene negato ai proprietari.
Il padre di Mohammed ci ha accolti distrutto dal dolore nella propria casa spoglia di ogni ricchezza. Quasi cieco, il volto deformato, i piedi portano i segni della mina che l'ha colpito quando aveva 13 anni. Attorno a lui la sua famiglia, che racconta degli attacchi dei coloni, che almeno una volta al mese invadono il villaggio per visitare un luogo nel centro del villaggio che loro ritengono sacro. In quell'occasione arriva l'esercito e dichiara il coprifuoco. Dopo due ore arrivano i coloni, invadono la cittadina e distruggono le tombe del cimitero, adiacenti al luogo sacro, sparano contro la scuola vicina al sito, che oggi è stata spostata per motivi di sicurezza. Un altro parente, Mohammad Abed Ar-Rahman Qawariq, è stato ucciso. Il 22 ottobre 2009, mentre tornava dai propri campi, la sua gip venne spinta in un dirupo da un gruppo di militari israeliani. Sulla sua morte sono ancora in corso indagini. Raccontano di Mohammed e Salah, della loro povertà, entrambi figli di disoccupati. Ci raccontano della macchia di sangue sulla terra, che loro hanno visto, e delle due bottiglie di plastica ritrovate appoggiate al tronco di un ulivo, insieme ad un mucchio di pezzi di ferro. I loro corpi sono stati colpiti diverse volte: i militari hanno continuato a sparare anche dopo averli uccisi. Sono state trovate almeno venti pallottole sul luogo dell'omicidio. Secondo la famiglia i medici dell'ospedale di Nablus hanno certificato che gli hanno sparato dall'alto in basso, a neanche un metro di distanza. Raccontano degli sforzi di Mohammed e Salah per studiare all'università di Nablus e allo stesso tempo lavorare nei campi, raccogliere metalli nelle discariche. La madre di Mohammed ci accoglie in un'altra stanza. Dimentico le mie domande, lei scoppia in lacrime e mi mostra i pantaloni nuovi che gli aveva comprato il giorno prima della morte, un paio di jeans neri: disperata vi affonda il volto. Il figlio più piccolo la ferma e lei si lancia contro l'armadio e scaraventa fuori due libri di letteratura araba, ancora nuovi, intonsi, li apre e piange: "Vedi, non è nemmeno riuscito a studiarli!".
da www.peacereporter.net
 
 
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PALESTINA TANTI I COLPEVOLI DEL MASSACRO  di Milu'
 
Leggo sempre con attenzione i tuoi articoli che ci sollecitano a pensare, ma su quest'ultimo su Gaza non sono molto d'accordo e non perchè tu non dica il giusto quando affermi che occorre fermare il massacro, ma perchè, contrariamente a te, sono convinta che lì il torto marcio sia da entrambe le parti e soprattutto da una terza parte: quella del resto del mondo e in particolare di noi europei e americani che in quell'eterno litigio ci sguazziamo.
In fondo abbiamo risolto la questione semita in un modo apparentemente pulito tanti anni fa: abbiamo dato a Israele la terra promessa, bravi! solo che su quella terra abitavano da 1300 anni altri: gli arabi-palestinesi, e i bravi occidentali questo lo sapevano benissimo!!! ma con una fava hanno colto due piccioni: "sistemiamo gli israeliani, che così se ne vanno a fare affari a casa loro, se ci riescono, e diamo un po' di filo da torcere agli arabi che così non faranno guerre sante altrove". Grandioso disegno strategico, davvero grandioso! chi ha mai fatto i conti di quanto sia costato e costi questo olocausto perenne in rapporto all'olocausto hitleriano? e Israeliani e Palestinesi sono così cretini che se si fermassero un attimo a riflettere, invece di farsi la guerra tra loro dovrebbero  unirsi e fare una bella guerra a noi altri che li abbiamo incasinati in quel modo. Occidentali ipocriti, che con una mano danno aiuti, ora a questi ora a quelli, chi più a questi chi più a quelli, e intanto vendono armi e sguazzano nella discordia altrui. 
Belle crociate politico-diplomatiche, queste degli occidentali: chi firma petizioni, chi scende in piazza, chi si riunisce in consessi dispendiosi per quanto inutili, intanto loro si ammazzano e noi ci sentiamo con la coscienza a posto. Poi però ci preoccupiamo che le schegge impazzite di quel conflitto portino il terrore anche da noi e così accendiamo l'allarme rosso e ancora dai a spendere in armi e mezzi di prevenzione ....
A chi giova tutto questo? perchè non vogliamo capire che c'è un disegno unico, una sorta di Spectra, dietro al crollo delle borse e dell'economia, ai massacri e alla fame in Africa, al rinfocolarsi delle guerre ovunque? E' il disegno delle potenti lobby fatte da fabbricanti e commercianti di armi e alta finanza, vendono-investono-comprano-rivendono in un eterno monopoli in cui tutti noi, milioni e milioni di abitanti, siamo meno che pedine.
Perchè non ci guardiamo allo specchio almeno a fine anno, prima di indossare abiti eleganti e sfavillanti, perchè non ci guardiamo nudi e non vediamo i nostri nei, le nostre deformità e la nostra fragilità?
Io non firmo petizioni e non voglio andare in piazza, perchè non voglio IN ALCUN MODO essere ancora una stupida pedina in balia di demagoghi e lobby di potere. Siamo in epoca di totale decadenza, di medioevo mentale e sociale e l'unica posizione possibile per il filosofo che se ne renda conto è "la distanza" dagli uni e dagli altri. Servirà o non servirà? Serve a far capire che abbiamo ancora una possibilità di essere uomini LIBERI: quella della mente e dell'anima.
Sarebbe bene che qualcuno dicesse a israeliani e palestinesi che  i loro veri nemici non sono gli uni gli altri, ma queste brave persone al di qua del mare.
 
 
DUE POPOLI PRIGIONIERI risposta di G. Larosa
 
cara Lucia grazie per gli auguri e per la profonda riflessione
sono d'accordo con te, pubblichero integralmente questo tuo intervento e lo diffondero' come merita
in questo caso sono stato obbligato alla massima brevita' perche' avevo preparato altro per fine anno e il massacro mi ha colto di sorpresa, cosi' ho sentito l'esigenza di dire subito qualcosa, il minimo, ma che non rimanesse anche da parte nostra senza silenzio
a proposito di arabi e israeliani ti invito a leggere la meravigliosa poesia fra Rita e i miei occhi di Mahmoud Darwish che e' pubblicata alla pagina "i grandi"
Mahmoud Darwish non fa dell'odio cieco la sua bandiera, e' stato innamorato e fidanzato con una israeliana, la Rita della poesia e la guerra e l' assurda condizione in cui questi due popoli prigionieri sono tenuti li ha tragicamente divisi.
Che ne sara' oggi di Rita? Voglio sperare, se ancora vive, che sia tra quelle belle persone che pur essendo israeliane continuano a denunciare questo genocidio lento e infame che di fatto e' contro entrambi i popoli.
 Giulio Larosa
 

 

 

GAZA UN INFAME MASSACRO di G. Larosa
 
 
 Un morto israeliano e 360 palestinesi, chi e' il terrorista? Hamas rompe la tregua: ma perche' era stata concordata una tregua? Perche' Israele allentasse il blocco economico su Gaza e Cisgiordania, cessasse gli omicidi mirati, le violenze verso la popolazione palestinese. Bene, in quasi sei mesi nessuno di questi accordi e' stato mai rispettato, non solo a Gaza. In Cisgiordania non governa Hamas eppure i soldati israeliani sequestrano autobus, chiudono centri medici, mense per poveri, orfanotrofi dove sono arrivati a sequestrare soldi e perfino cibo. Non lo diciamo noi, lo dice Haaretz, giornale israeliano molto piu' onesto di Repubblica e del Corriere della Sera. Come dice l'associazione "Un Ponte per" di cui raccogliamo l' invito a maniifestare, non dimentichiamo che anche la popolazione israeliana e' ostaggio dei suoi governi che in 50 anni non hanno mai permesso la realizzazione di un processo di pace giusto ed onesto per entrambi. L'obiettivo di Israele e' affamare la popolazione palestinese, costringerla ad emigrare in modo da continuare ad occupare, pezzo dopo pezzo, casa dopo casa la terra dei palestinesi, questa e' la verita' e questa verita' somiglia molto ad un genocidio.
Raccogliamo l' invito di un Ponte per che dice:
 
Uniamoci alle manifestazioni e ai sit-in che si svolgeranno questa settimana in varie
città italiane. Alcune date su: http://www.forumpalestina.org/

Protestiamo anche a nome di Arafat, un ragazzo di 22 anni ucciso ieri dall'esercito israeliano nel villaggio di Nil'in, in Cisgiordania, mentre partecipava a una manifestazione contro l'attacco a Gaza.

 

 

CHIAMATELO RAZZISMO di G. Larosa
 
Israele festeggia l' unificazione di Gerusalemme, da noi si festeggia l' unificazione d' Italia. I massacri, la devastazione, il saccheggio, le bugie di pseudostoria, le ipocrisie verbali usate per nascondere pulizia etnica e oppressione, si somigliano. Non vogliamo dire che la Nabka, la tragedia dei Palestinesi sia uguale alla nostra, siamo stati piu' fortunati, ma le analogie sono davvero tante. Per rispetto verso i Palestinesi, dunque non vogliamo portare oltre l'analogia che per ironia della sorte ha accostato in questi giorni la ricorrenza del loro disastro e la nostra. Vogliamo invece raccontare l' ultimo e non l' unico episodio di pulizia etnica del solo stato rimasto che si fonda sulla razza, per essere ebrei, infatti, vi ricordiamo, occorre che almeno la madre lo sia "mater semper certa" questo il motivo. E Israele e' uno stato etnico, dove non esiste parita' tra le varie etnie, esattamente come in Sudafrica alcuni anni fa.  Chi e' di razza ebraica puo' diventare ministro, capo di stato, ha tutti i diritti di liberta' di stampa, di associazione, autorizzazioni per attivita' lavorative, chi no, ha meno diritti in genere, non solo diritti politici ma anche maggiori difficolta' per qualsiasi attivita' . Piu' grave ancora e' il diritto alla casa: e' sancita senza mezzi termini che la priorita' va agli ebrei, gli altri non solo vengono dopo ma possono essere cacciati dalle loro abitazioni senza alcun indennizzo in caso di necessita' di ampliamenti di strade, ragioni di "sicurezza" ecc. Per quale ragione un simile regime e' considerato democratico dai vari partiti di governo ed opposizione in quasi tutta Europa si puo' spiegare solo con il piu' miserabile degli interessi.
Ma quanto detto, e' noto anche se abbiamo ritenuto necessario ripeterlo. Oggi vogliamo darvi un ulteriore saggio di questo regime razzista che pianifica da 60 una progressiva pulizia etnica, ecco cosa stabilisce la recente ordinanza militare 1650 che ha l' obiettivo di fare pulizia etnica a Gerusalemme. Il nome di questa legge e' "Ordine per evitare l' infiltrazione" vediamo chi sono gli infiltrati.  Prendiamo il caso di una ragazza di Gerusalemme che si sposi con un ragazzo di Gaza. I due non potranno vivere insieme a Gerusalemme perche' chi viene da Gaza e' considerato un residente illegale e quindi deve essere espulso. L' ordinanza considera Gaza e Cisgiordania due entita' separate tali per cui non e' possibile trasferirsi da una parte all' altra per nessun motivo. O meglio, e' possibile spostarsi a Gaza ma non viceversa.
L' infiltrato viene punito con la legge, non solo espulso ma arrestato da tre a sette anni.
Una simile legge vale anche per il Golan: se una ragazza del Golan si sposa o va a lavorare in Siria non potra' mai piu' tornare al suo paese natale perche' al momento di uscire viene considerata "apolide" e quindi perde ogni diritto di cittadinanza.
Come vedete, non si tratta solo di Palestinesi
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