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Nicola Zitara le nostre radici e il nostro futuro di G. Larosa
Qualche giorno fa e' morto Nicola Zitara, uno dei padri del moderno movimento duosicilianista, uno dei nostri maestri. Nell' articolo in prima pagina sul sito http://www.duesicilieabruzzo.beepworld.it una sintesi del suo pensiero e della sua vita. Consigliamo sentitamente la lettura dell'articolo in sua memoria a chi ancora ci confonde con la bieca Lega Nord o con altri movimenti da osteria.
Purtroppo anche Nicola Zitara e' morto. Dopo Franco Nocella e Lucio Barone perdiamo un'altro grande maestro. Conoscere la vita e il pensiero di Zitara e' fondamentale per capire chi siamo e dove intendiamo andare, per comprendere come nelle Duesicilie il movimento autonomista non e' sinonimo di prepotenza verso i deboli, di intolleranza scema e di totale subordinazione ai centri di potere finanziario e massonico.
Zitara e' nato in Calabria, sulla costa ionica, quella di cui si parla solo quando ammazzano qualcuno o per snocciolare fantasiosi bilanci in milioni di euro di fatturato della malavita locale.
Zitara era figlio di piccoli imprenditori del posto, benestanti ma onesti.
Da ragazzino ha visto il fascismo, da giovane divenne socialista.
Rimase nel partito Socialista fin quando i vertici romani del partito non preferirono a lui a un losco individuo legato alla malavita organizzata. Era il primo segnale di un sodalizio che si rafforzera' sempre di piu' e che portera' il PSI a diventare, in trent' anni, il letamaio che tutti abbiamo conosciuto. Entro' nel PCI e fu chiamato in Emilia Romagna per farne di lui un quadro modello. Ma anche col PCI fu scontro. Zitara voleva la lotta per sviuppare l' industria moderna e le cooperative, il PCI sceglieva, per le Duesicilie, uno sviluppo completamente diverso e subordinato. Le industrie che volevano da noi erano quelle assistite, terminali produttivi di carrozzoni o simil tali, industrie vecchio tipo, mentre erano ostili fino al fanatismo contro qualsiasi tentativo di imprenditoria locale indipendente. La ditte locali cercavano di affossarle con forme di lotta, spesso pretestuose e fuori luogo. In piu', nulla si faceva per la nascita di un sistema di cooperative autonomo, l'unica via ammessa era quella di creare cooperative totalmente inserite e subordinate alla Lega Coop, il cui cervello era su. Nessun'altra Lega Coop era ammesa fuori che quella emiliana. Il PCI, infine, tendeva a favorire l'emigrazione al Nord degli elementi piu' dinamici e ribelli della societa' duosiciliana, in modo che poi, l'immigrato divenuto lavoratore nella grande fabbrice, diventasse iscritto militante del partito. Ma non finiva qui. Mentre al nord si sviluppava una agricoltura moderna, nelle Duesicilie il PCI sceglieva, appoggiando le lotte dei contadini per la terra, la divisione in piccolissimi appezzamenti, non remunerativi, specie in prospettiva. Al Nord univano i fondi per avere economie di scala, da noi, con la scusa che i nostri contadini "non capivano", si spezzettava il latifondo per fare tanti piccoli poderi. Zitara lascio' anche il PCI e scelse il PSIUP in cui rimase qualche anno per poi cessare ogni rapporto con i partiti "nazionali" .
Negli anni ha scritto una quantita' notevole di libri ma soprattutto si devono a lui molte geniali innovazioni nel pensiero poitico e sociale. Vediamone una sintesi.
Duosicilianismo
Il libro "memorie di quando ero italiano" scritto dopo aver chiuso ogni rapporto con i partiti "nazionali" e' la sua biografia utilizzata come esempio per svelare l' inganno dell' "Italia". Zitara scopre sulla sua pelle che ci sono sempre state due Italie, una subordinata all' altra, una semicolonia nascosta da tenere come effettivo serbatoio di voti, di carne umana, di consumatori e subfornitori. Una Italia e' scelta per fare da parametro positivo, l' altra doveva servire a fare sempre da parametro negativo.
Negare la negazione
Eccoci giunti al libro piu' importante: "negare la negazione". Le Duesicilie sono per definizione, dal 1860, una "negazione" del bene (famosa la frase delle Duesicilie come "Negazione di Dio"!) e vengono definite sempre e soltanto in termini negativi.
Il nord e' efficienza - le Duesicilie inefficienza, il nord modernita' - le Duesicilie arretratezza, il nord e' onesta' - le Duesicilie malavita, il nord e' liberta' - le Duescilie sottomissione e cosi' via.
Cio' non solo in riferimento alla realta' contemporanea ma anche in relazione all' intera storia d' Italia, percio' il nord e' indipendenza (i famosi carrocci celebrati ben prima di Bossi) - le Duesicilie dominio ( ogni volta ripetono "dominio degli Svevi, poi degli Angioini, ecc... che non dominanvano affatto ma erano governi e regni legittimi e indipendenti ben piu' dei ridicoli stati bananieri del profondo centro nord), il nord e' cultura, arte, letteratura - le Duesicilie sono sotto cultura, folclore semiprimitivo ecc..)
Zitara dice che per cambiare le cose, per trasformare il triste e subordinato presente delle Duesicilie, con tutto quello che consegue di malaffare e inerzia che non si possono negare, per prima cosa occorre che la nostra gente impari a "negare la negazione", a scoprire la sua forza, i suoi meriti, la sua storia e a riconoscersi nei suoi simboli positivi e non in quelli negativi.
Il separatismo rivoluzionario
Se essere uniti a qualcuno significa essere perennemente la ruota di scorta, significa non assumersi mai la responsabilita' di fare da soli, allora separarsi non vuol dire regredire al tribalismo ma ricostruire la propria identita' e il proprio ruolo geopolitico, economico e sociale.
Avere la possibilita' di ricominciare, in un posto dove c'e' moltissimo da costruire, puo' essere una buona occasione, una grande sfida per costruire non solo rapporti diversi tra i popoli dell' Europa e del Mediterraneo ma anche per costruire una societa' nuova, che riprenda cio' che di positivo ha la tradizione ma innesti questo tradizionalismo in un contesto moderno e di nuovi rapporti sociali ed economici.
Il proletariato esterno
Ma quali sono le classi sociali che possono contribuire ad attuare un cambiamento nelle Duesicilie? Da noi la classe operaia e' minoritaria, in parte e' anche legata a industrie assistite, quindi, in qualche modo sono anche loro assistiti come i numerosi impiegati nella burocrazia e nei postifici creati per fungere da calmiere sociale. D'altra parte il ceto artigiano e imprenditoriale e' limitato, spesso anche lui semi assistito oppure soffocato dalle difficolta' economiche. Difficile pensare ad una rinascita puntando tutto su queste fasce sociali. Chi sono allora quelli che possono fare da "avanguardia" per un cambiamento? Forse potrebbe essere un tipo particolare di proletariato che da noi e' sicuramente maggioranza relativa. Zitara conia il termine "proletariato esterno" per indicare quella fascia di popolazione che e' fuori del tutto o in parte dal ciclo produttivo ufficiale. Sono i sotto occupati, gli operai, tecnici, come sono il giovanotto, perito chimico del film Gomorra che diventa assistente del trafficante di rifiuti. Non per nulla, anche nel film, e' lui l'unico che si ribella e che non accetta lo stato di fatto. I proletari esterni oggi sono anche i precari che scelgono di non emigrare, come potete vedere sono quasi sempre loro che organizzano cortei anti camorra, che cercano di dare in tutti i modi una voce pulita alla societa' civile pulita che da noi e' maggioranza silenziosa ed oppressa.
CHI ERA, COM' ERA E COSA PENSAVA FRANCO NOCELLA Chi era Franco Nocella e soprattutto, com’ era e qual’ era il suo pensiero?Tentero’ di rispondere a queste domande, cosa non facile perche’ ci vorrebbe un libro e non solo qualche pagina. Chi era?
E’ nato a Napoli il 16 maggio 1950, divenne giornalista, il primo incarico fu con Paese Sera, per la cronaca della Campania.
Erano gli anni ’70 e Franco Nocella si espose in prima persona nella lotta contro il crescente potere della camora. Era amico di Siani, il giornalista ucciso perche’ indagava sul caso Cirillo e sui legami tra apparati deviati dello stato, terrorismo e malavita.
In quegli anni Franco Nocella si dedico’ alla salvaguardia del territorio, fermo’ delle speculazioni, specie nella zona della penisola sorrentina, dove, per un certo tempo rimase anche ad abitare.
Per i suoi indubbi meriti, dal 1979 al 1985 diventa presidente per la Lega per l’ Ambiente in Campania e per gli stessi meriti rischio’ di essere assassinato da un clan camorristico. Franco Nocella cambio’ spesso domicilio, dovette avere residenza e recapito segreto e si circondava di gente fidatissima. Per fortuna il clan fu sgominato e disperso.
Nel 1983 fondo’ l’ agenzia di informazione “Progetto Mediterraneo”, una assoluta novita’, per la prima volta viene creata una rete di informazione che unisce vari paesi del mediterranto: Spagna, Libano, Libia, Grecia e Portogallo per un progetto di promozione dell’ immagine, della storia, delle tradizioni mediterranee e soprattutto per porre le basi di un comune sviluppo alternativo a quello centroeuropeo. Tra le nazioni del Mediterraneo sopra citate ne’ ho omessa una, volutamente perche non e’ considerata una nazione. Non si tratta dell’ Italia ma delle Duesicilie, Franco Nocella, cioe’, gia’ da allora riteneva che le sorti delle due italie erano su diversi fronti geopolitici.
Nel 1988 e’ tra i fondatori della Federazione Internazionale per la Difesa del Mediterraneo, qualche anno dopo fondera’ Federmediterraneo, una ONLUS riconosciuta dal Consiglio d’Europa con un programma dichiaratamente duosicilianista.
Nel 1998 diventera’ segretario generale del Consorzio Turistico Mediterraneo e cosi’ subito dopo, nel 2000, promuovera’ una “Scuola Partenopea di Cucina Mediterranea” e nel 2001, con la FIM nascera’ la “Rete Internazionale delle Citta’ per la Dieta Mediterranea”.
Nel 2002 con Lucio Barone e Antonio Ciano si dara’ vita al primo coordinamento di movimenti Duosicilianisti.
Ha fatto parte della redazione del quotidiano “Il Golfo”, del telegiornale di “Canale 21” una delle prime TV libere d’ Italia ed ha collaborato con molte altre testate giornalistiche campane.
Una delle sue invenzioni degli ultimi anni era il progetto “Scuola – Territorio”, promosso da Federmediterraneo, con l’ obiettivo di coinvolgere le scuole in gite, incontri, seminari, viaggi di istruzione, finalizzati a recuperare un orgoglioso senso di appartenenza alla propria terra e, soprattutto, a riscoprire la vera storia delle Duesicilie che viene praticamente del tutto ignorata dai testi di storia ufficiali, non per niente si tenevano conferenze dal titolo “Il Regno delle Duesicilie, otto secoli di storia e civilita’ del Mediterraneo”.
Ma non e’ finita’ qui, Franco Nocella ha fatto riconoscere il marchio DOP o DOCG o IGP a numerosi prodotti locali non solo campani ma anche di altre regioni delle Duesicilie, ha promosso consorzi di produttori per poter affrontare uniti e con migliori condizioni economiche la grande distribuzione.
Purtroppo e’ morto nel 14 marzo 2003.
Com’ era’?
Ho conosciuto Franco Nocella nel 2001, l’ ho conosciuto su internet in quanto ricevevo ogni tanto delle brevi ma interessantissime informazioni sui prodotti tipici delle Duesicilie, in genere introdotti dalla loro storia, da aneddoti e seguiti da una qualche iniziativa di promozione o tutela.
All’ inizio pensavo fosse un venditore, un commerciante geniale di prodotti locali, comunque, dovendo andare a Napoli al Mediel, la fiera dell’ energia, gli scrissi che mi avrebbe fatto piacere incontrarlo.
Rimasi al Mediel pochi minuti, perche’ 5 minuti dopo averlo incontrato eravamo insieme nella sede di Federmediterraneo, una costruzione bianchissima, circondata da fiori e palme lungo la via Domiziana.
Ecco, prima di tutto questo: a Franco Nocella non si poteva resistere, era un “pescatore di uomini”, come San Pietro. La prima cosa che gli chiesi fu “cosa fa Federmediterraneo?” e lui scherzando ripose “Cominciamo da 20 anni fa o da 20 minuti fa?” Io rimasi interdetto e non fui in grado di rispondere ma lui continuo’ “Ecco di cosa ci stavamo occupando poco prima di partire e venire a incontrarti alla fiera” e mi illustro’ una denuncia contro “la camorra del mare” cioe’ contro i camorristi che imponevano il pizzo ai pescherecci e che arrivavano ad affondare o bruciare le imbarcazioni dei ribelli.
Uno dei ribelli era un mio concittadino di Pescara ed era il giovane che era con lui. La sua barca era stata danneggiata perche’ aveva rifiutato di cedere ai ricatti.
Franco Nocella era uno che non si tirava mai indietro, ma non era uno di quei legalitari moralisti che celebrano la “legalita” come se fosse “santita’” e ignorano le radici sociali e storici del consenso che purtroppo la malavita e’ in grado di guadagnarsi nonostante le sue prepotenze. Franco Nocella conosceva la camorra e i camorristi, conosceva storie personali, drammi, lui stesso diceva, parafrasando le parole di Gesu’ Cristo contro i farisei: “siamo chiamati per stare con i peccatori, perche’ loro hanno bisogno di noi”.
Il primo viaggio fatto con Franco fu proprio nei paesi della camorra, in particolare nel suo preferito, Giugliano. “Vedrai quante brave e oneste persone trovi e qualcuno e’ un camorrista!”, un apparente paradosso ma solo per chi non e’ mai sceso nell’ inferno dei peccatori.
Ma Franco Nocella aveva anche l’ aspetto allegro, amava fare battute e sdrammatizzare, cosi’ al nostro successivo incontro, quando chiesi quale treno mi conveniva prendere, mi indico’ un espresso che fermava a “Campi Flegrei”. Chiesi se abitasse li vicino, rispose di no, chiesi se questa stazione gli era particolarmente comoda, rispose di no. Dato che il treno impiegava piu’ tempo di altri analoghi, chiesi per quale motivo ci vedevamo proprio la’ e lui rispose “Preferisci forse che ci vediamo in una stazione intitolata a Garibaldi?”. E non era il solo motivo. Scesi a Campi Flegrei e Franco mi racconto’ com’era quella zona durante la guerra mondiale e mi racconto’ delle 4 giornate di Napoli la cui battaglia inizio’ proprio in quella zona.
Un’altra volta era venuto in Abruzzo e io ed un mio collega parlevamo in dialetto stretto allora mi disse “Generale, non tutti gli ufficiali parlano francese”.
Franco Nocella era uno dei pochi che non litigava mai con gli altri rappresentanti dei movimenti duosicilianisti. Diceva che le Duesicilie hanno tanti nemici veri che le odiano, per cui non era il caso di farsene altri proprio tra quelli le amano.
Era iscritto al movimento Neoborbonico, collaborava con Alleanza Meridionale di Lucio Barone e aveva stretto amicizia anche con Antonio Ciano.
Con Lucio Barone era grande amico, di lui aveva una stima enorme, me lo presento’ appositamente una volta che ero a Napoli per lavoro. Mi venne a prendere e mi porto’ a Cava de’ Tirreni dove Lucio Barone aveva organizzato una mostra premio per la ceramica artistica moderna. Lo chiamava con vari appellativi “il nostro leader maximo”, “il generale Bosco” e cosi’ via. Insieme avevano in piu’ occasioni affrontato denunce contro la malavita e le sue malefatte.
Quello che criticava maggiormente dei vari leader e movimenti era proprio l’ eccesso di personalismo, ricordo una volta una battuta che fece ad un incontro dove dovevano presentarsi, per collaborare con Federmediterraneo, tre sedicenti movimenti. Si presentarono tre “tromboni” che fecero un sacco di retorica, alla fine Franco mi disse in un orecchio: “avevo chiesto un esercito e mi hanno portato tre generali” citando il famoso film “li chiamarono briganti”.
Da noi in Abruzzo venne spesso, fu ospite alla festa del Movimento Autonomista a Scanno, dove Giorgio Ciccotti aveva lanciato la sfida al vecchiume della politica degli ascari ed aveva avuto un grande successo tra i giovanissimi, purtroppo, per lo piu’ non ancora in eta’ per il voto.
Un ultima grande pagina si apri l’ ultimo anno della sua vita, quando Franco Nocella si getto’ anima e corpo a fianco delle lotte contro la delocalizzazione delle industrie e in particolare fu al fianco degli operai del polo tecnologico de L’Aquila. Andammo ad assemblee, andammo a trovare gli operai che avevano mandato una delegazione a Roma per essere ricevuti dai parlamentari e li trovammo al freddo, sotto una tenda, ignorati da tutti.
A Torninparte per lui fu un successo, e’ stata la prima e unica volta che ho visto Franco cedere alla commozione.
Come la pensava
Qui devo sintetizzare al massimo.
Franco Nocella veniva dal Partito Comunista, una volta si presento’ alle elezioni nella zona dei Campi Flegrei e fu eletto con 5'000 voti. “Poi, mi disse, fatta quell’ esperienza ho preferito non candidarmi piu’ e sono diventato elettore di Lucio Domizio Enobarbo detto Nerone” volendo dire con questo che si era tirato fuori dai giochi e soprattutto fuori dalla vecchia logica destra – sinistra.
Quello che mi chiese, come prima cosa, quando gli chiesi la tessera di Federmediterraneo fu proprio questo: di fare una rivoluzione, di smettere del tutto di pensare con il vecchio schema e di assumere le Duesicilie come centro del mio fare e del mio pensare, senza bisogno di rinnegare nulla e senza bisogno di rinunciare alle proprie ideologie ma semplicemente non mettendole piu’ al centro di ogni pensiero e come fine di ogni azione.
Dopo questo mi dette una coccarda rossa col giglio, il simbolo dei Sanfedisti e disse: non occorre credere ma occorre appartenere e la fede cattolica appartiene a noi duosiciliani, credenti e non credenti. Ancora una volta mi spiego’ che dovevo superare la vecchia logica credenti – non credenti e guardare e pensare a cio’ che riguardava la religione in modo nuovo.
Dopo mi dette la medaglia con la nave greca, il simbolo di Federmediterraneo e mi spiego’ che l’ altro obiettivo era di guardare sotto e non sopra, di sentirsi vicino ai popoli del Mediterraneo perche’ li’era il nostro futuro e la nostra forza, li’ eravamo noi il centro di gravitazione mentre rispetto all’ europa di Bruxelles eravamo solo una periferia inutile.
L’ altro aspetto del pensiero di Franco Nocella riguardava la tradizione. Riteneva che la tradizione e i prodotti tipici fossero la nostra forza, la nostra spina dorsale, la nostra identita’ tangibile ma che con gli anni avevano perso significato ed erano diventati di nicchia perche’ il mercato diretto dai massoni stava imponendo altre tradizioni e prodotti piu’ moderni.
L’obiettivo era quindi di riproporre in chiave moderna i prodotti della nostra tradizione e soprattutto riproporli non in chiave “Italiana” ma “Duosiciliana”, facendo bene attenzione alla differenza.
L’esempio erano gli spaghetti. Ovunque sono venduti come un simbolo di italianita’, mentre il cosiddetto “sud” e’ venduto come una sorta di monnezza d’Italia. No, gli spaghetti sono un simbolo del “Sud”, cioe’ delle Duesicilie, cosi’ la pizza e tante altre cose.
La sua opera piu’ importante fu proprio per valorizzare in chiave moderna la nostra tradizione in contrapposizione alle porcherie massoniche come i Mc Donalds, le feste di San Valentino ed altre schifezze omologanti.
Venne appositamente a Pescara per premiare il proprietario di una catena di stazioni di servizio, Sarni, che fa apertamente concorrenza al Mc Donalds e agli autogrill del nord come Alemagna e simili.
In questa stazione di servizio il bar e il negozio vendono quasi esclusivamente prodotti delle Duesicilie, con prevalenza abruzzesi per ovvi motivi, il tutto presentato come se fosse un modernissimo autogrill, con i confetti di Sulmona venduti come pensiero da fidanzati, con la pizza e il panino nostrano, con prosciutto, salame, pecorino, al posto del fetente amburger, insomma un vero capolavoro.
Al proprietario regalo’ una copia autografa del suo libro “La dieta mediterranea nell’ era della globalizzazione” una straordinaria sintesi di dietologia, storia e identita’.
Cito qualche pezzo della sua introduzione per far capire di cosa stiamo parlando:
“….. rivalutare il modello della dieta mediterranea e’ indispensabile nel momento in cui, chi domina il cosiddetto villaggio globale, rischia di cancellare e travolgere identita’ culturali, modi di vita e spazi di iniziativa economica, per trasformare la terra in un unico grande mercato eterodiretto da chi ha il potere e la volonta’ per farlo. Contro l’ omologazione culturale e l’emarginazione produttiva occorre alzare una bandiera e riorganizzare le nostre risorse e opportunita’….la dieta mediterranea non e’ un recinto dietro cui chiudersi in difesa, le nostre tradizioni devono essere un modello moderno da proporre agli altri…..
Concludo con le sue parole di auguri che furono le ultime che ha scritto prima di morire: “…. che la dieta mediterranea sazi la vostra inesauribile fame di liberta’ per la nostra amatissima e dolcissima patria che noi, come i nostri antenati, continuiamo a chiamare DUESICILIE!”
LA "GIORNATA DELL'ARTE" di Raffaello Tontodonati
Il 2 febbraio "Giornata dell'Arte" in Abruzzo nel ricordo di Pietro Cascella
e Giuseppe Tontodonati
Il 2 Febbraio 1917 a Scafa, oggi provincia di Pescara ma allora piccola frazione del comune di San Valentino AC provincia di Chieti, nasceva Giuseppe Tontodonati (1917-1989) il “poeta storico” come lo ha definito il Prof. Umberto Russo (intr. volume Sam Bbietre Cele – 2007) che ha cantato in vernacolo la storia dell’Abruzzo, dal mito della nascita della Maiella e del territorio abruzzese alla lotta dei popoli italici contro Roma, dalla vita di Celestino V e dello sviluppo della religiosità nel territorio abruzzese ai moti carbonari abruzzesi e al brigantaggio post-unitario, dall’Ode a Chieti ai “Ricurde Piscarese”. Pochi anni dopo, il 2 Febbraio del 1921 nasceva a Pescara Pietro Cascella (1921-2008) erede della più famosa dinastia di artisti abruzzesi che ebbe in Basilio il capostipite. Dopo alcune esperienze nella pittura, si dedicò alla scultura raggiungendo subito una fama internazionale meritandosi un posto tra i grandi scultori del ‘900. Da ragazzo Tontodonati si trasferì a Pescara ed è quindi probabile che i due giovani si siano incontrati anche grazie all’attività della prima moglie del poeta, la pittrice Isabella Ardente, grande artista pescarese prematuramente scomparsa ed oggi purtroppo totalmente dimenticata. Di sicuro da adulti i due artisti non ebbero mai occasione di incontrarsi pur rimanendo sempre in contatto tra loro grazie ad una nipote di Tontodonati molto amica della famiglia Cascella, di frequente loro ospite nella residenza-castello di Fivizzana (MS) . Nel 1987 Tontodonati dedica il sonetto “La Nave” a Cascella prendendo spunto dalla sua omonima opera esposta sul lungomare di Pescara. Nel 2004 il Maestro contraccambia l’omaggio a Tontodonati scegliendo egli stesso l’immagine per la copertina dell’opera postuma di Tontodonati “Vocabolarietto dell’Uso Abruzzese” (2004). Ovviamente la scelta del giorno della Candelora come Giornata dell’Arte Abruzzese per il momento è solo una proposta che potrà essere valutata o meno dagli organi competenti, però ci sembra che festeggiare contemporaneamente l’anniversario di nascita di due personalità che tanto hanno dato alla cultura abruzzese meriti una segnalazione particolare. È anche vero che la dimensione artistica dei due è certamente diversa; “mondiale” quella del M° Pietro Cascella, poco più che regionale quella del poeta Giuseppe Tontodonati, ma è altrettanto vero che entrambi furono animati dalla stesso attaccamento alle radici abruzzesi ed al desiderio di recuperare e documentare le tradizioni e la cultura abruzzese, trasferendo l’amore per la terra d’Abruzzo nelle loro opere. È quindi importante mantenere viva la memoria del loro percorso artistico unitamente a quello di tanti altri artisti che con le loro opere hanno onorato e reso celebre l’Abruzzo in Italia e nel mondo, focalizzandoci contemporaneamente alla valorizzazione del grande partimonio aritistico regionale. Un obiettivo certamente ambizioso per il quale ci sembra opportuno dedicare una giornata particolare.
Raffaello Tontodonati
L'ACQUA E LA RUGIADA di Giulio Larosa
Ero appena arrivato a Roma quando un gruppo di giovani stranieri di porse un libretto fatto di cartone e fogli ciclostilati, c'era scritto "A te Palestina" e dentro poesie. Allora non ero ancora consapevole di essere anch'io figlio di una terra calpestata e saccheggiata, non sapevo che anche per noi, da Cavour, erano state pronunciate le parole di Ben Gurion "I padri moriranno ed i figli dimenticheranno". Nonostante tutto mi sentivo vicino a quella gente che per la prima volta mi trovavo fisicamente davanti. La dolcezza di quelle poesie mi rapi' e ancora oggi non riesco a fermare la commozione quando le leggo. Mahmoud Darwish e' nato nel 1941, ha visto il suo villaggio occupato, raso al suolo, e' stato arrestato e poi profugo in Giordania, in Libano e alla fine anche in Tunisia e a Parigi, seguendo le sorti di migliaia di altri palestinesi. Quando e' tornato si e' stabilito a Ramallah e non ha mai smesso di essere la voce forte e gentile della sua gente. Ecco una poesia dedicata ad una ragazza ebrea una delle piu' belle di Mahmoud Darwish, questa, come le altre sue poesie son la rugiada combattente che resta di lui.
FRA RITA E I MIEI OCCHI di Mahmoud Darwish
FRA RITA E MIEI OCCHI
SI LEVA UN FUCILE
QUELLI CHE CONOSCONO RITA
SI INCHINANO
E PREGANO I SUOI OCCHI DI MIELE DIVINO
HO BACIATO RITA BAMBINA
LEI SI E' STRETTA A ME
LO RICORDO....
I SUOI CAPELLI MI COPRIVANO IL BRACCIO
RICORDO RITA
COME L'UCCELLO RICORDA LA SUA FONTANA
OH RITA!
UN MILIONE DI IMMAGINI
UN MILIONE DI UCCELLI
UN MILIONE DI APPUNTAMENTI
SONO STATI ASSASSINATI
DA UN FUCILE
IL NOME DI RITA, FESTA PER LE MIE LABBRA
IL CORPO DI RITA, NOZZE PER IL MIO SANGUE
PER DUE ANNI
MI SONO PERDUTO IN LEI
PER DUE ANNI LEI SI E' DISTESA SUL MIO BRACCIO
UNITI NEL FUOCO DELLE NOSTRE LABBRA
SIAMO RESUSCITATI PER DUE VOLTE
OH RITA!
CHI AVREBBE POTUTO SCIOGLIERE I NOSTRI SGUARDI
PRIMA CHE SI LEVASSE
UN FUCILE?
OH NOTTE DI SILENZIO!
C' ERA UNA VOLTA....
UNA LUNA E' CALATA ALL'ALBA
LONTANO
IN OCCHI DI MIELE
E LA CITTA' HA CANCELLATO
RITA E LE CANZONI..
FRA RITA E I MIEI OCCHI
SI LEVA UN FUCILE
IVAN GRAZIANI, UNO DI NOI MA SPECIALE!di Giulio Larosa
Ivan Graziani e’ uno di quei cantautori considerati a torto “minori”, di lui si sentono sempre le stesse tre quattro canzoni, i suoi dischi non sono facili da trovare, della sua personalita’, di lui in genere, si sa molto poco.
Ma Ivan Graziani era un grande, una persona ed un artista davvero speciale.
Speciale, si, innanzi tutto per il suo modo di essere: non vanitoso, non esibizionista, modesto, schivo, non un istrione come certi rocchettari da circo, era uno qualunque, uno di noi.
Ivan Graziani stava sul palco come si sta tra amici, durante i concerti scherzava, faceva l’ “abbruzzese” , si divertiva e faceva divertire.
Ivan Graziani e’ nato alla fine della seconda guerra mondiale, e’ della generazione che ha fatto il ’68 ma lui non ha costruito su questo il suo mito, lui il 68 l’ ha fatto sul serio e per questo non l’ha usato per darsi un atteggiamento.
Ivan Graziani ha vissuto in giro per l’ Italia ed anche all’ estero, ha avuto una vita avventurosa e interessante, amico di Venditti, Battisti, Renato Zero e tanti altri ma non ha mai rinnegato la sua gente e la sua terra, anzi, della sua terra ha sempre dato l’ immagine migliore, anche provocatoriamente, come quando ha sostentuto che il Rock l’ hanno inventato i negri d’ america e gli emigranti abruzzesi.
Dal palco, anche quando era altrove, salutava spesso in dialetto, a Roma, chiuse il concerto dicendo: “mo facemme Firenze e ce ne iamm’ alla casa!”.
Per noi che non potevamo vantare nessuno, sommersi da cantautori romani, milanesi, napoletani, il suo successo era un piacere enorme: c’era lui, c’era uno di noi!
Ivan Graziani e’ stato tra i primi a suonare nei manicomi, ha sempre avuto una particolare attenzione per i malati di mente che sono spesso protagonisti nelle sue canzoni.
Uno dei matti piu’ famosi e’ “Gabriele D’Annunzio”, un poveretto teramano, un maniaco sessuale ma innocuo, a cui Ivan ha dedicato una bellissima canzone.
Ed a proposito di Gabriele D’Annunzio, Ivan ne era un estimatore, lo sentiva e lo capiva bene, come lo sentiamo noi, noi che siamo abruzzesi.
Ivan Graziani era un sostenitore della cosiddetta “provincia”, diceva che e’ li’ che nascono le novita’, e’ li’ che c’e’ vivacita’ culturale ma la scena e’ dominata da chi sta a Roma e Milano, li’ pochi impongono a tutti il piu’ delle volte la loro mediocrita’.Decentrare i centri di potere era il suo slogan, non si puo’ che essere d’ accordo.
Ivan Graziani non si e’ mai piegato ai grandi gruppi, ha pagato di persona, molti suoi dischi sono stati letteralmente boicottati, tutt’ ora sono praticamente introvabili.
La sua memoria vive grazie a quanti gli sono rimasti vicini, le persone qualunque, quelli che andavano ai suoi concerti, quelli che lo vivevano con simpatia, quelli che lo sentivano come un amico, uno del paese, non una star o un fenomeno da baraccone, insomma, come uno di noi, ma speciale.
Per saperne di piu’ e scoprire quale grande artista era Ivan Graziani, visitate il sito a lui dedicato www.ivangraziani.it e iscrivetevi all’ associazione amici di Ivan, mi raccomando!AURITI LA BATTAGLIA DEL SIMEC Il professor Auriti, celebre per le sue battaglie contro il monopolio delle banche, inventore della moneta “abruzzese” il SIMEC una moneta indipendente vera e propria che ha avuto corso legale in alcune localita’ dell’ Abruzzo.
Riportiamo una intervista che meglio di ogni altra commemorazione puo’ illustrare la personalita’, il pensiero e l’ azione del nostro “Professore”
L' INTERVISTA COL PROFESSOR AURITI
Guardiagrele: anche stamane, davanti alla sua casa, in largo Botteghe, la solita fila. Donne, uomini, ragazzi, turisti... Tutti in coda per il Simec. Il Bancomat della piazza, racconta il direttore del Banco di Napoli, è stato svuotato di 80 milioni come una macchinetta del caffè. Niente furti, s'intende: è gente che preleva, converte, compra. Più cresce il circuito del Simec, più aumentano il volume di affari, e i rischi. "Ma anche - per il creatore della "moneta abruzzese" - le possibilità di successo. La Finanza continua a monitorare, ma per ora non trova motivi di intervento. L'uomo che ha innescato questo incredibile "esperimento" valutario, il professor Giacinto Auriti, 76 anni, è sempre nel paese, gira a piedi e sulla sua Brava color amaranto (ammaccata) parla al suo telefonino Alcatel dove riceve telefonate da tutto il mondo. Persino da collezionisti numismatici che vogliono la serie completa delle sue "banconote". A prima vista non sembra il primo italiano che batte moneta in proprio. Si è formato su Ezra Pound, racconta di aver messo in pratica la dottrina sociale della Chiesa (" Soprattutto la Rerum Novarum "), è stato missino (ma non in An), dice: I miei migliori amici sono i comunisti non ds, quelli di Rifondazione, che hanno ancora ideali". Ripete a nastro: "Faccio tutto per le persone, creo ricchezza: la Banca d'Italia toglie, io do". Professor Auriti, si calcola un circuito di Simec da 800 milioni, la sua valuta ha un corso parallelo a quello della lira, arrivano turisti da fuori a fare shopping, le autorità la sorvegliano. Si sente sull'orlo dell' illegalità ? Riesce ancora a dormire bene ? " E perché no ? Sono un onesto, e nessuno lo mette in dubbio. Non mi arricchisco di una lira, al contrario ho finanziato con la mia associazione la stampa del Simec ". Lei sta battendo moneta... " Attenzione: dal punto di vista strettamente legale il Simec è come un francobollo". Un francobollo con cui si compra tutto, dal caffè ai telefonini ? " E perché no ? Il suo valore è una convenzione: se lei avesse in mano un Gronchi rosa sarebbe come se possedesse l'equivalente in milioni, no ? Chi converte Simec acquisisce un valore che è suo, del portatore. E poi lo scambia con chi vuole. Non solo non faccio nulla di male, ma aumento il prodotto interno lordo. Come se vendessi dei francobolli rari, che però hanno buon mercato". Se ne parla da due giorni, ma molti ancora non riescono a capire il meccanismo... " Rispieghiamolo, allora!" Ci provo: dunque, lei vende lOOmila Simec per lOOmila lire. I cittadini che comprano i Simec, li... "scambiano" con i negozianti, e ottengono mercé per un valore doppio. I negozianti che le rivendono i Simec, incassano il doppio pure loro. "È così". Ma se tutti ci guadagnano, Che fine fa il deficit di questa catena ? "Scusi, perché lei non si chiede che fine fa il... deficit della lira? La convertibilità della moneta è finita nel 1971 con la dichiarazione unilaterale di Nixon. Guardi le banconote italiane che ha in tasca. Sopra c'è scritto Pagabili al portatore, ma se lei va in banca a chiedere il corrispettivo in oro, giustamente la prendono per matto". Lei vuole riprodurre con il Simec la convenzione che ci fa credere al valore della lira, indipendentemente dalla sua copertura in riserve auree ? " Esatto. Solo che io, vendendo Simec, do un credito del 200 per cento. Fazio, vendendo lire, vende un debito del 100 per cento ". Ma la Banca d'Italia ha ben altre risorse, per garantire la sua credibilità ! "La mia teoria è: la velocità della circolazione crea un valore che chiamo indotto. Quando si arriva a una velocità critica, il Simec è come una dinamo che produce ricchezza e io non dovrò convertire più. Sostituiremo la moneta della proprietà a quella del debito".
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